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Partiamo da un dato certo. Nonostante la cattiva qualità della manovra messa in campo, non ci sarà una Caporetto. Ne deriva che chi ha venduto titoli ed azioni, contribuendo a mandare in rosso la borsa e fare alzare lo spread, ha solo seguito l’onda di una cattiva comunicazione: l’errore maggiore commesso dal governo. Il punto dirimente, infatti, non è tanto la dimensione del deficit – che passa dall’1,6 al 2,4 per cento e si trascina per l’intero triennio – quanto la dinamica del rapporto debito pubblico-Pil. Che, nonostante tutto, è destinato a ridursi, anche senza dover immaginare che il Pil – come comunicato dal ministro Tria, nella sua intervista al Sole 24 Ore – possa aumentare (magari) dall1,2 e dall’1,1 (previsioni Ocse) all’1,6 e all1,7 per cento, nel 2019 e 2020.

La spiegazione di questo apparente paradosso è tutta nella struttura del “tendenziale” varato dal governo Gentiloni. Se quei dati, validati dall’Ufficio parlamentare del bilancio e dallo stesso Parlamento, sono validi, allora il gioco è fatto. Secondo quelle previsioni, infatti, il rapporto debito–Pil, sarebbe diminuito, nel prossimo triennio, con un ritmo di 2,9 punti all’anno. Se il deficit di bilancio rimarrà all’interno del 2,4 per cento, per l’intero periodo, il declino sarà solo leggermente minore, con una progressione media annua di 2,1 punti. La spiegazione è intuitiva. Con un rapporto debito Pil pari al 130 per cento, l’aumento di 1 punto di deficit si traduce in un aumento del rapporto debito–Pil di circa 0,76 (1/130) e già questa relazione garantisce un raffreddamento.

L’errore compiuto dai vari protagonisti di una vicenda, che si è tinta di grottesco, è stato quello di non essersi soffermati su questo aspetto centrale della vicenda, ma su un elemento sempre importante (per altri motivi) e, tuttavia, secondario rispetto agli assetti complessivi della finanza pubblica. Tant’è che la stessa Commissione europea, nella fase del cosiddetto “braccio preventivo”, potrà eccepire solo debolmente. Potrà, anche giustamente, sostenere che la manovra non soddisfa le regole del “fiscal compact”. Ma queste stesse regole sono in scadenza. Nella prossima primavera la nuova Commissione europea dovrà, infatti, decidere se incorporarle o meno nel nuovo ordinamento europeo. E non sarà un “prendere o lasciare”. Siamo quindi di fronte a regole “affievolite” per riprendere un termine del diritto amministrativo. Che difficilmente potranno innescare una sorta di giudizio di dio.

Più grave sarebbe stato se l’accusa avesse riguardato il mancato rispetto della “regola del debito”. Se, cioè, il rapporto debito–Pil, invece di diminuire, fosse aumentato. In questo caso sarebbe scattato il warning e le proposte di modifiche, che, se non accettate, avrebbe dato luogo ad una procedura d’infrazione. Si sarebbe trattato, infatti, di un peccato mortale. Di fronte al quale la stessa prudenza di Pierre Moscovici non avrebbe potuto resistere alla forza del vento del Nord. Con tedeschi, olandesi e finlandesi sul piede di guerra pronti a richiedere misure esemplari. Colpire uno per educarne cento: secondo il vecchio detto del presidente Mao.

Se quindi gli aspetti quantitativi della manovra non preoccupano, ben più severo deve essere il giudizio su quelli qualitativi. Il meno che si possa dire è che siamo di fronte ad un’occasione mancata. Se tutto va bene ed il tetto del 2,4 per cento di deficit sarà rispettato, nel 2021 ci troveremo con la necessità di emettere maggiori titoli per circa 125 miliardi euro. A tanto ammonterà l’accumularsi anno dopo anno del maggior deficit. Quel totale equivale a circa il 70 per cento dell’intero gettito dell’Irpef nel 2016. E’ bene che Matteo Salvini ne sia consapevole. Ne deriva che se quelle somme fossero state utilizzate per il riordino del sistema fiscale italiano, l’Italia, forse, si sarebbe trasformata in una grande Irlanda. Tasso di crescita medio dal 2011 in poi pari a poco meno del 7 per cento all’anno.

Invece si è preferito la classica elargizione a pioggia, che non risolve alcun problema. Come ha mostrato la vicenda degli 80 euro. Tanto meno quella della povertà, nonostante le roboanti dichiarazioni che ne ipotizzavano la fine imminente. Secondo le cifre circolate, al salario di cittadinanza saranno destinati 10 miliardi, per garantire a ciascuno 780 euro al mese. Non si capisce se nel novero sono anche comprese le pensioni minime, nel qual caso la platea è destinata anche ad aumentare. Ma limitiamoci all’essenziale. Senza la tredicesima, la misura consentirà ai più fortunati di disporre di 9.360 all’anno. Sennonché una semplice divisione permette di scoprire l’arcano e con esse le gambe corte della bugia. Con quella cifra si può intervenire solo su poco più di un milione di poveri. Che invece sono oltre 5 milioni. Ed allora come si farà? Ci sarà una riffa, una lotteria o sarà necessario aumentare la posta complessiva?

La verità è che quando non si padroneggiano i conti pubblici e, al tempo stesso, si minacciano i tecnici, la frittata è assicurata. In genere la burocrazia segue i suoi protocolli ed è difficile cambiare il loro modo di pensare. Ma il cambiamento, in questo caso, si chiama dialettica. Che, a sua volta, presuppone, come minimo, la conoscenza del linguaggio con cui interagire. Se invece il principio di “uno vale uno” è applicato anche nei settori in cui predomina l’alta specializzazione, il meno che può capitare è l’incomprensione. E con essa l’inevitabile brutta figura del decision maker. Specie se si sporge da un balcone.

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