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Il decimo discorso di Netanyahu all’Onu è forse il suo migliore atto politico-retorico. Ha concentrato in quaranta minuti i messaggi più importanti di Israele al mondo, incominciando dall’Iran. Dal 2011, Netanyahu ha parlato all’Onu di un argomento principale: l’Iran e il nucleare. Con il suo stile che mescola enfasi, ironia, sicurezza e strumenti visuali, Netanyahu ha questa volta parlato non solo di Iran, ma anche della pace con gli Stati arabi e coi palestinesi e della delegittimazione di Israele.

Dopo la rivelazione a maggio dell’archivio segreto sul nucleare custodito alla periferia di Teheran, Netanyahu ha rivelato un nuovo segreto: un “arsenale” nucleare nascosto in un magazzino nella capitale iraniana. Mostrando una foto satellitare, Netanyahu indica il posto dove sarebbero state nascoste 300 tonnellate di materiale nucleare, non lontano dallo stesso sito dove si trovava l’archivio trafugato. Scherzosamente, Netanyahu invita ad andare su Google Earth a vedere le immagini delle strade di Teheran. “Hanno passato gli ultimi mesi a ripulire l’arsenale”, continua Netanyahu, che allude a 50 kg di materiale radioattivo sparpagliato per tutta Teheran. Sempre con tono ironico, invita i residenti di Teheran a comperare un misuratore di radioattività su Amazon per verificare personalmente.

A proposito del sito nucleare, Netanyahu si rivolge all’Iaea (l’organizzazione per l’energia atomica: “Fate la cosa giusta, andate a vedere”). Il primo di una serie di messaggi che accusano l’organizzazione di inerzia, disinteresse e quasi inadeguatezza.

Non spende nemmeno una parola sul regime, perché il messaggio che vuol far arrivare non è l’intenzione di far cadere il potere degli ayatollah. In compenso ricorda le attività terroristiche dell’Iran, compresi i due piani di attacchi terroristici negli Usa e in Europa di recente sventati e loda il popolo iraniano che protesta contro la crisi economica dovuta alla politica di guerra e destabilizzazione del regime.

Sempre continuando sugli avvertimenti all’Iran, Netanyahu passa a redarguire Hezbollah: “Israele sa cosa state facendo, Israele sa dove lo state facendo, e Israele non ve la lascerà passare”. Il premier israeliano accusa Hezbollah di usare gli abitanti di Beirut come scudi umani, rivelando che l’organizzazione terroristica sciita starebbe nascondendo arsenali di missili ad alta precisione in tre punti nel distretti Ouzai del quartiere “Dahiyye” di Beirut, vicino all’aeroporto e controllato da Hezbollah. L’uso dell’espressione “scudi umani” è un chiaro avvertimento alla popolazione civile libanese, messa in pericolo dagli arsenali delle milizie del Partito di Allah in caso di un attacco israeliano.

Che le parole di Netanyahu si riferiscano a Beirut, Gaza o Damasco, poco importa, perché pare parlare sempre all’Iran: “Israele agirà contro l’Iran ovunque e in qualsiasi momento”, avvertendo quindi anche la Russia che Gerusalemme non ha intenzione di cambiare la politica in Siria contro il consolidamento della presenza militare delle Guardie della Rivoluzione iraniane.

E sempre sull’Iran, Netanyahu continua il suo discorso rivolgendosi all’Europa, accusando il Vecchio continente di ostacolare la politica di Trump, e invitando gli Stati europei a unirsi alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che l’Ue sta cercando di circonvenire. In un accorato appello all’Europa, Netanyahu chiede “non avete imparato dalla storia?” Il premier israeliano accusa apertamente la politica di appeasement europea, la volontà di pace a tutti i costi, che impedisce di riconoscere e combattere i pericoli.

Ma non è tutto negativo l’accordo sul nucleare iraniano, dice Netanyahu, “ci sono delle conseguenze positive, non intenzionali, ma positive”. L’accordo cui Israele si è opposta oltre ogni limite, che ha sempre criticato, e da cui gli Stati Uniti si sono ora ritirati, ha avvicinato Israele e molti Stati arabi che hanno il comune interesse di combattere il nemico iraniano. Netanyahu parla di stretti rapporti e di amicizia, che spera potranno portare alla pace, compresi i palestinesi.

E qui, Netanyahu risponde alle accuse di Abu Mazen, che lo ha preceduto: Israele ricorda l’apartheid del Sudafrica, Usa in favore di Israele, Corte Suprema di Israele cancella la storia, “tutta Gerusalemme Est” capitale della Palestina, lode ai “martiri e prigionieri di guerra”. Netanyahu rifiuta lezioni morali dal leader palestinese, ricordando che ha scritto una tesi di dottorato negazionista, che amministra un’entità che prevede la pena di morte per chi vende proprietà a ebrei, e che paga terroristi che “hanno ucciso ebrei”. In un appello accorato, Netanyahu ricorda che Hamas ancora tiene in ostaggio le salme di due soldati dal 2014, e due cittadini israeliani Avera Mengistu e Hisham al-Sayed.

All’Onu e al mondo Netanyahu dice chiaramente che le accuse di razzismo sono assurde, perché Israele riconosce e protegge il principio di eguaglianza. Sottolineando come tutti i cittadini abbiano eguali diritti individuali, Netanyahu difende la Legge sullo Stato Nazione, poiché Israele è uno Stato “ebraico e democratico” come lo hanno voluto la Lega delle Nazioni e le Nazioni Unite.

Il linguaggio ufficiale dei ministeri israeliani pare confondere i diritti individuali e quelli collettivi. Con l’obiettivo di difendere il diritto collettivo all’autodeterminazione del popolo ebraico, i politici israeliani parlano di “diritti individuali” riconosciuti alle minoranze, quando invece il sistema giuridico riconosce anche diritti collettivi. La complessità giuridica e politica evidentemente si adatta male al “branding”. Il messaggio di Netanyahu è chiaro: basta con la delegittimazione di Israele, che riconosce e protegge diritti delle minoranze, delle donne, delle comunità Lgbt, contrariamente a molti altri Stati al mondo che pure non sono oggetto di così tanta attenzione da parte dell’Onu e delle sue agenzie.

In questo senso, il premier israeliano ringrazia il Presidente Donald Trump e la rappresentante americana all’Onu Nikki Haley per il sostegno a Israele di fronte ai tentativi di riscrivere la storia all’Unesco, di demonizzare Israele al Consiglio dei Diritti Umani “in bancarotta morale”, di perpetuare il conflitto attraverso le attività dell’Unrwa. Cos’è tutto questo se non “il vecchio antisemitismo, con una nuova faccia?” chiede Netanyahu all’assemblea.

Come reagirà l’Iran? La politica degli Stati Uniti si mantiene sulla linea del minimo intervento in Siria, ma è pronta a difendere le posizioni di Israele con la Russia, che imperturbata appoggia Assad. L’Iran sta nuovamente attraversando una crisi economica causata dalle prime sanzioni americane, che l’Europa sembra voler bypassare senza pensare alla possibilità di spingere per un cambiamento della politica militare e forse anche del regime iraniani. Ma sotto pressione americana, e forse prossima pressione internazionale dopo le rivelazioni di Netanyahu, l’Iran potrebbe decidere di sferrare un attacco, attraverso Hezbollah, che ha un saldo controllo sul Libano, e Hamas, che continua una politica di guerra “soffusa” con manifestazioni ai confini di Gaza e a tratti con lancio di missili.

E come reagirà Abu Mazen? Messo alle strette da una chiara politica americana e da qualche Stato europeo che chiede conto del finanziamento dei terroristi, Abu Mazen sente di perdere appoggio sia internazionale sia interno. La sua popolarità è ai minimi storici nella West Bank e a Gaza non riconoscono la sua autorità, additandolo come responsabile della crisi umanitaria per via delle sanzioni imposte a Hamas. Favorire un’ondata di attacchi terroristici per la difesa di “al-Aqsa” potrebbe essere una via per riguadagnare consensi (come lo è stato nel 2015 e nel 2016). Cedere alle pressioni e incominciare a trattare sarebbe la sua fine, dopo troppi anni passati a creare una mentalità di rifiuto alla normalizzazione dei rapporti con Israele.

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