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La “luna di miele” fra governo e italiani continua ancora stando ai sondaggi, ultimo quello di “Demos” pubblicato ieri da “Repubblica”. Sei italiani su dieci approvano l’operato del governo e, soprattutto, della Lega (anche se Luigi Di Maio gode di un eccellente indice di gradimento personale). In tempi liquidi come i nostri, aver conservato intatta, e anzi vedere ancora aumentata, la fiducia dei cittadini, nonostante le contraddizioni emerse nel governo in questi primi mesi, e nonostante la sostanziale inconcludenza della sua azione politica, ha indubbiamente un significato, che bisogna capire e afferrare nel modo più realista possibile.

Certo, dall’oggi al domani lo scenario, con una rapidità inimmaginabile, potrebbe cambiare, ma il fatto vero è che da almeno tre decenni gli italiani stanno mandando il messaggio univoco che vogliono cambiare. Difficilmente gli elettori torneranno perciò nell’alveo di quelle forze politiche “anti-populiste” a cui molti intellettuali (come al solito poco portati o non interessati a capire la politica) continuano a far riferimento per una improbabile riscossa. Gli eventuali delusi del governo giallo-verde andranno, probabilmente, se mai ci saranno, ad ingrossare le fila dell’astensionismo o del voto di protesta. Oppure faranno convergere i loro voti su nuovi “imprenditori della politica” che saranno nel frattempo sorti e che immagineranno in grado finalmente di farsi carico delle loro preoccupazioni o dei loro problemi. Dei quali, in verità, anche con la migliore volontà, non è facile farsi carico fino in fondo, fino a raggiungere cioè un chiaro risultato finale. E ciò causa, a me sembra, non solo delle storiche divisioni che percorrono il corpo politico e la società italiani, ma anche e soprattutto per quella vischiosità del sistema dei poteri amministrativi e istituzionali che si è creata nel tempo e che frena ogni più piccola azione di governo. Ogni riforma, anche la più piccola e figuriamoci le “strutturali”, è costretta ad arenarsi come in una palude o in un pantano. Il nostro è sempre più un sistema in cui i poteri, le corporazioni, le burocrazie, non solo proliferano, ma tendono costantemente a sconfinare dal proprio ambito e fanno comunque valere la loro forza di interdizione. Del potere, in qualsiasi campo, in Italia sono tutti corresponsabili e la “colpa” di ogni problema non risolto o risolto male risulta alla fine essere sempre un po’ di tutti, e quindi di nessuno: il potere non è mai univoco e la responsabilità mai imputabile. Col risultato che il Paese non prende mai di petto i problemi, ogni decisione diventa impossibile e tutti tiranno a campare contando sul buon esito di pratiche consolidate ma ormai inadatte e che, al massimo, andavano bene nell’Italia (e nel mondo) di mezzo secolo fa.

In questo contesto, giorno dopo giorno, l’Italia decresce infelicemente: non solo economicamente, ma anche moralmente e psicologicamente. Si crea perciò una tensione fra l’insoddisfazione dei cittadini, che si riversa nel voto, e l’impossibilità dei politici di andare oltre una promessa di cambiamento che è declamata, fra l’altro, con voce sempre più alta. “Il governo sta già diventando prigioniero del passato e dei vincoli strutturali sui cambiamenti di vasta portata”, ha scritto ieri, tra il compiaciuto e il sarcastico, Tony Barber in editoriale sul Financial Times. È qui, in questo preciso punto, la contraddizione o il problema italiano. Come se ne esce? Non credo altrimenti che mettendo mano alle regole, cioè con una riforma amministrativa e dello Stato a largo raggio e di vasta portata. Ci sono le condizioni politiche per realizzarla? Direi proprio di no. Il tema non è purtroppo nel programma delle forze politiche, e non è nemmeno popolar fra gli italiani. I quali, fra l’altro, ogni volta che si è provato a riformare la Costituzione, seppure in modo timido, hanno mostrato di non gradire a prescindere (fatta anche la tara della irritante “personalizzazione” compiuta da Renzi nell’ultimo referendum). Le vie di uscita politiche sembrano essere poche: siamo in un vicolo cieco, ma non bisogna ed è inutile disperare. Tutto può succedere: la politica, specchio della vita, è imprevedibile; ed esistono poi le cosiddette conseguenze inintenzionali su cui liberali a ragionane insistono e che nelle scelte sociali non sono da sottovalutare. D’altronde, anche in questo governo “barbarico” e multiverso (l’unico possibile, non dimentichiamolo) ci sono “barbari” non del tutto sprovveduti politicamente. La speranza è che si “romanizzino” sempre più, ma non nel senso della Roma di oggi bensì in quella della Roma di ieri: che cioè continuino a tenersi lontani dal mondo della “Grande Bellezza”, cioè dai salotti e dal sottobosco del potere e della politica che ci ha portato allo stato attuale, ma guardino alle istituzioni e alle leggi come all’oggetto primo di una vera azione riformatrice. Lo Stato è il vero malato e ripristinarne il senso dovrebbe essere la nostra priorità.

 

La luna di miele del governo, le riforme e il rischio “Grande Bellezza”

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