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Il Ministro Savona è un attento conoscitore della storia economica del paese. Così come delle dinamiche che presiedono ai meccanismi di funzionamento delle variabili economiche. E sa che aspettative e struttura istituzionale in cui si svolgono gli scambi sono elementi cruciali per il successo di qualsiasi provvedimento di politica economica.

Nel caos delle dichiarazioni contraddittorie rese in questi mesi dai due Vice-Presidenti del Consiglio e dal Ministro dell’Economia, Savona ha cercato di fornire un quadro interpretativo coerente (Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa), per quanto compete ad un Ministro per gli Affari Europei, da dare in pasto all’opinione pubblica.

Proviamo ad esaminare il documento più da vicino, per vedere in che misura sia davvero coerente e credibile.

L’apertura, a dir la verità, è sconcertante. Affermare che il principio guida che ha dato vita all’integrazione europea risiede nell’adagio Ottocentesco secondo cui il libero commercio porta necessariamente la pace (che come è noto andrebbe rovesciato: solo quando sussistono condizioni di pace durature e garantite da istituzioni vincolanti è possibile commerciare liberamente) è una ricostruzione assolutamente falsa.

Il processo d’integrazione europea nasce dalla consapevolezza che il monopolio (sia esso statale o a qualsiasi altro livello) della sovranità (la lealtà assoluta ed esclusiva dei cittadini nei confronti di un unico sistema giuridico) è causa di conflitti che (solitamente) degenerano in guerre (questa è stata l’esperienza europea fino alla seconda guerra mondiale). E che solo frammentando e ricomponendo su più livelli questa sovranità è possibile arginare i rischi intrinseci di conflitto armato, oltre che dare un minimo di coerenza alle identità degli individui, che non sono certo appiattite nella sola identità nazionale.

Questo lo scopo dichiarato del primo embrione dell’attuale Unione Europea, contenuto nella Dichiarazione Schuman, pronunciata a Parigi il 9 maggio 1950 (giornata che infatti, non a caso, celebriamo come festa dell’Europa), e nell’iniziativa politica che la seguì l’anno successivo: la fondazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, che aveva proprio come scopo togliere agli Stati la sovranità sulla produzione delle due merci allora indispensabili per fare una guerra, consegnandola (collettivamente) ad un organismo comune, l’Alta Autorità.

Detto questo, la successiva analisi di Savona appare corretta: il problema in (alcuni paesi d’)Europa è stata la mancanza di autonomia della politica fiscale, vincolata a livello nazionale dai parametri della governance economica europea, senza aver trasferito a livello sovranazionale alcun potere discrezionale di bilancio, che nessuno cioè potesse adottare misure anticicliche senza incappare nella speculazione dei mercati finanziari internazionali. Coerentemente con questa analisi, Savona chiede di cambiare l’approccio alla governance economica europea; da tecnico-burocratico a politico.

In questo quadro rientra la necessità, che ci pare condivisibile, di trasformare la Banca Centrale Europea in un vero e proprio lender of last resort, come qualsiasi banca centrale nel mondo. Così come affidare maggiori poteri al Parlamento Europeo (espressione legittima di tutti i cittadini europei) rispetto ad oggi, dove le decisioni vengono sostanzialmente adottate dal Consiglio (espressione dei governi nazionali, oltretutto con decisioni spesso assunte all’unanimità), iniziando a dare concreta attuazione all’urgenza da più parti richiamata di una maggiore integrazione politica europea.

Più ambiguo il passaggio sull’asservimento della politica fiscale alla politica monetaria (ossia ad una governance che si esplica essenzialmente nel coordinamento delle politiche di bilancio per assicurare stabilità all’euro) ed alla necessità di rovesciare questa prospettiva. Un passaggio teoricamente utile e corretto. Se non fosse che non è chiaro come possa essere realizzato, soprattutto se in Europa continuiamo a litigare con tutti i possibili alleati in questa delicatissima partita sulla riforma dei meccanismi di governance.

Meno ambiguo, purtroppo, è il passaggio in cui Savona mette in discussione l’opportunità dell’indipendenza della Banca centrale dal Tesoro. Il punto, in Europa, non è mettere in discussione l’autonomia della Banca Centrale, ma che non esiste un Tesoro con cui confrontarsi! L’anomalia della Bce è che non ha come contraltare un’autorità di politica fiscale con cui dialogare, con la quale trovare, ciascuno nel rispetto della sua autonomia, un compromesso. A questo compito dovrebbero essere dedicate tutte le migliori energie negoziali del paese.

Altro punto ambiguo è ritenere che una Banca Centrale possa fissare autonomamente un tasso di cambio a seconda degli interessi dell’economia che rappresenta. Il tasso di cambio di una moneta è, nel lungo periodo, espressione della credibilità politica (e in ultima analisi militare), oltre che (ma in misura tutto sommato minore, quando si registrano momenti di forte tensione internazionale) del suo peso economico-finanziario, nel quadro geopolitico mondiale. Che non è mai assoluto, per nessun paese; ma ancora meno lo è per un sistema istituzionale privo di centri decisionali come l’Unione Europea.

Così come è controversa, ed a mio avviso sbagliata, la mutualizzazione dei debiti, nella quale Savona sembra invece riporre molte speranze. Una cosa è (giustamente) accusare la governance economica europea di avere un carattere pro-ciclico, che rischia di avere effetti cumulativi sulle dinamiche debito-Pil (e che va assolutamente modificata). Altra cosa è dire che dovrebbero essere gli altri, collettivamente, ad accollarsi il debito italiano. Ma pensa Savona davvero che con un governo in carica dalle smisurate (e sbandierate apertamente) tentazioni di spesa si possa dialogare con gli altri partner europei, soprattutto in termini di mutualizzazione dei debiti?

Il governo ha la responsabilità di gestire questa fase delicatissima di estrema urgenza (per noi italiani, più che per il resto d’Europa) nella ridefinizione della natura della governance economica in Europa (o nell’area dell’euro, o in una sua parte significativa): meno burocratico-vincolistica e più democratico-discrezionale, come giustamente suggerisce Savona. Ma dovrebbe allora spiegare ai suoi colleghi in Consiglio dei Ministri che solo con azioni credibili si possono cercare e consolidare alleanze che permettano di spezzare la diffidenza (crescente) nei confronti del nostro paese sui tavoli negoziali europei.

Altrimenti, dopo aver disegnato uno splendido ponte per traghettare l’Italia e l’Europa verso una nuova stagione di rinnovata integrazione e di perseguimento del bene comune, Savona potrebbe rischiare di vederselo crollare davanti.

Il crollo del ponte di Savona

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