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I rapporti tra Francia e Italia non erano così tesi da anni. Dopo le critiche espresse lo scorso 28 agosto insieme al presidente del Consiglio ungherese Viktor Orban, Matteo Salvini ha nuovamente attaccato Emmanuel Macron. Sotto accusa, questa volta, la lotta tra le milizie che hanno insanguinato Tripoli e la responsabilità di Parigi nel caos libico dall’inizio dell’operazione Harmattan nel 2011.

Gli attacchi verbali si susseguono e, purtroppo, sembrano intensificarsi. Una settimana fa, i due leader ultraconservatori, riunitisi in Lombardia, non hanno esitato a descrivere Emmanuel Macron come il “leader dei partiti filo-migranti”. Sebbene il presidente francese abbia risposto con vigore da Copenaghen, il leader della Lega, pur condividendo pienamente questa ipotesi, ha puntato il dito contro la Francia, contro le sue responsabilità nel rovesciamento del regime di Gheddafi e, de facto, nell’attuale crisi migratoria che l’Europa – e l’Italia in particolare – stanno attraversando dall’autunno 2015.

Che Roma, un po’ impropriamente, ritenga Parigi la sola responsabile della disintegrazione dello Stato libico, è ormai noto. Eppure, lo scambio di battute di martedì scorso sembra incrinare irreparabilmente i rapporti fra i due Paesi, oltre ad essere frutto di una sorta di malafede a cui i nuovi inquilini di Palazzo Chigi e del Viminale ci hanno ormai abituato.

Sia Matteo Salvini – e la schiera di ministri che lo appoggiano – che il ministro della Difesa Elisabetta Trenta dovrebbero ricordare che anche l’Italia, tra marzo e ottobre 2011, ha partecipato all’Operazione Harmattan. Anzi, era in prima linea.

Ricordiamo che le sette basi militari da cui partivano gli aerei francesi, britannici e americani sotto la copertura della risoluzione 1973 si trovavano effettivamente sul territorio italiano: Trapani, Sigonella, Aviano, Gioia del Colle, Grosseto o Decimomannu. L’Italia ha inoltre assunto quattro cacciabombardieri Tornado Ecr e Ids che hanno contribuito in gran parte alla neutralizzazione, nelle prime ore di combattimento, dei radar libici e dei sistemi di difesa antiaerea.

Il presidente del Consiglio italiano ha quindi torto a menzionare gli “interessi” che la Francia avrebbe favorito a suo esclusivo beneficio nel 2011. I recenti attacchi italiani, infatti, sono maggiormente legati alle imminenti elezioni in Libia e mirano a “stabilizzare” il Paese secondo quanto stabilito in occasione degli ultimi incontri de La Celle Saint-Cloud (25 luglio 2017 e 29 maggio 2018).

Da questo punto di vista, è evidente un fil-rouge tra le posizioni dell’attuale ministro degli Interni italiano e quelle del suo predecessore Marco Minniti, profondamente risentito dalla scelta di Parigi di escludere Roma dai tentativi di mediazione tra Fayez El-Sarraj, presidente del Consiglio dei ministri del governo di unità nazionale (Gna), il generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale e l’uomo forte di Bengasi, Aguila Salah, presidente della Camera dei rappresentanti con sede a Tobruk (ma che ancora non riconosce il Gna) e Khaled al-Mechri, presidente invece del Consiglio di Stato con sede a Tripoli e vicino agli islamisti.

Inoltre, quando l’attuale ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, fa riferimento all’attaccamento al processo Onu sostenuto dall’Accordo di Skhirat del dicembre 2015, che prevede lo svolgimento di elezioni parlamentari e presidenziali – ancora previste per il 10 dicembre -, quest’ultimo non si discosta né dalle posizioni dei suoi predecessori, Angelino Alfano, né dall’ex presidente del Consiglio, che ha occupato la Farnesina tra l’ottobre 2014 e il dicembre 2016. Non sarebbe forse più corretto vedere nelle critiche di Salvini a Macron una forma di malafede “politica”, volta a proteggere i suoi interessi in Libia?

Roma sembra comunque pronta a “sacrificare” il suo ambasciatore a Tripoli, Giuseppe Perrone. Quest’ultimo, che aveva affermato in un’intervista televisiva del 4 agosto che Roma non era favorevole allo svolgimento delle elezioni, tornerà presto in Italia. Questo annuncio arriva peraltro in un momento in cui si insiste sull’apertura di una base italiana a Ghat, nel sud-ovest della Libia, confermando che il progetto di stabilizzazione del Grande Fezzan sembra in qualche modo vanificare gli obiettivi territoriali del Marechal Haftar. Emmanuel Macron sembra anche un po’ tentato – ma attualmente invano – di convocare il Consiglio superiore delle tribù e delle città, con l’obiettivo di pacificare il sud libico. La strategia di Roma sembra quindi rientrare in una forma di Realpolitik, confermando che l’Italia, se ancora si potesse dubitarne, difende innanzitutto i suoi interessi in Libia.

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