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Catene d’oro, armi, macchine di lusso, donne provocanti, ma soprattutto soldi. Soldi a palate. Accumulati in montagne di mazzette o lanciati con malcelata noncuranza sui vari interlocutori. Sembra il set del Padrino e invece è il corredo d’ordinanza di ogni artista di musica dancehall che voglia farsi rispettare. Dai ghetti della Jamaica alle contaminazioni in stile subsahariano, l’industria musicale africana ha un giro milionario d’affari. Le star della Nigeria e del Ghana dominano la scena musicale della regione, istillando nei giovani teenager africani il mito del successo, del potere e del dio denaro. Che ruolo hanno questi profeti musicali nell’Africa dei migranti? L’ho chiesto a Charles Nii Armah Jr., meglio noto come Shatta Wale, artista ghanese pluripremiato fra i più influenti sui social media.

«Per loro, che siano uomini o donne, è solo un modo di presentarsi al pubblico. Per esempio, se io sono in cerca di un lavoro e le mie qualifiche sono buone, in Europa vengo assunto. Questo è quello che cercano i bianchi: non guardano il modo in cui sono vestito, non amano le bugie. Sono solo interessati alle mie competenze. Ma i neri esigono che io sia presentabile, prima di darmi un lavoro. L’aspetto di una persona è molto importante in Africa». Quando gli chiedo se è un privilegiato in un paese dove le grandi masse non hanno più di un pasto al giorno, lui continua a ripetermi che si sente benedetto da Dio, perché «nessuno sogna di starsene seduto da qualche parte, da solo, senza nulla da fare. Ognuno vuole poter creare qualcosa».

Shatta Wale è una stella in ascesa in Ghana, ma anche all’estero. Ogni suo singolo diventa immancabilmente un successo e nel 2016 le sue rime hanno fatto da colonna sonora alla campagna elettorale. «Ecco perché dico che la musica è anche potere», commenta con un certo orgoglio. «I politici del mio paese hanno usato le mie canzoni per smuovere le masse. Non l’ha fatto solo il partito del Presidente uscente, Mahama. Anche l’opposizione! Questo in Ghana non era mai successo prima».

Essere una celebrità in Africa significa davvero tanto. L’ex campione del Milan, George Weah, è da poco diventato Presidente della Liberia. Shatta Wale scenderebbe in campo per la sua gente? «Considerato da dove vengo io, non potrei che stare dalla parte del ghetto. Io vengo da Nima, un posto dove la gente lotta per vivere. Un posto dove lo sguardo di Dio è sempre presente, perché ci sono persone con delle grandi menti». Nima è una vasta baraccopoli a prevalenza musulmana nel cuore pulsante di Accra, oggi sotto i riflettori visto che lo stesso Presidente del Ghana, Nana Akufo Addo, ha mantenuto lì la sua residenza.

«Il modo più veloce ed efficace per diventare ricchi in Africa? È semplice: fai vedere alle persone che hai sgobbato, che hai lottato per il tuo sogno, come me. Oggi posso guidare qualsiasi macchina che mi pare e nessuno mi può dire che mi sto vantando, perché la gente conosce il mio impegno, i miei sforzi. Non mi importa di impressionare la gente. Le mie catene d’oro? Mi piacciono, mi sono sempre piaciute sin da quando ero bambino».

Shatta Wale ha fatto concerti anche in Italia. E allora mi viene da chiedergli cosa ne pensa del nostro paese, cosa gli è piaciuto di più. La risposta mi sorprende. «Mi hanno colpito le strade. Voglio dire, ci sono i mattoncini sulle strade, noi non abbiamo strade così qui. E gli edifici: molti edifici sono tenuti benissimo. Le città sono belle. Se fossi nato in Europa e la gente avesse apprezzato il fenomeno Shatta Wale», prosegue, «avrei fatto un sacco di soldi, perché il sistema funziona, tutto va come dovrebbe andare».

Ma allora è vero che le giovani promesse africane sono fermamente convinte che l’Europa sia un paradiso dove poter vivere. «Si, alcuni pensano che sia il posto migliore dove andare, è una questione di mentalità. Io preferirei che stessero in Ghana e usassero la loro intelligenza per fare soldi in Ghana. Ma se vogliono andare in Europa, non devono creare problemi». E quando le cose si mettono male? Quando si rendono conto che la vita è molto più cara e profondamente diversa da quella che conducevano in un villaggio africano? «Nessuno dice la verità agli amici, ai parenti, alla gente al di fuori della propria cerchia. Se vanno in Italia o in America e si fanno una foto su una Bentley, i conoscenti penseranno: “Ah, quell’uomo si è fatto una macchina nuova di zecca. Laggiù fa la bella vita”. Poi vorranno venire anche loro, ma una volta arrivati e costretti a vivere in un garage, non diranno mai la verità a casa. Questo lo trovo folle».

Come si può combattere, allora, il fenomeno della migrazione e della correlata fuga dei cervelli dall’Africa? La musica è capace di trasmettere un simile messaggio? «Noi artisti possiamo anche provare a consigliare le persone, ma poi loro pensano che il nostro consiglio non è sincero perché, ad esempio, Kodjo (l’equivalente del nostro “Mario”, nda.) è emigrato e ora si può permettere una casa con cinque stanze».

Gli leggo i dati di una recente indagine di Afrobarometer, in cui è stato rilevato che il 41% dei ghanesi ha considerato di emigrare e fra questi, il 20% ci ha pensato fortemente. Shatta Wale ha mai preso in considerazione di lasciare il Ghana?

«Quando stavo lottando per diventare una top star, ci sono stati dei momenti in cui ho pensato “Forse dovrei andarmene e trasferirmi nel Regno Unito o altrove”. Avrei potuto vivere da mia nonna a Londra. Ecco perché dico che si tratta di una mentalità diffusa. Poi però bisogna ascoltare la voce di Dio: lui ci assiste, non il voodoo, non altro».

Gli chiedo, visto che è ghanese, se conosce la storia di “Bello Figo”, le controversie legate alle sue canzoni irriverenti sui migranti e agli insulti razzisti. «In ogni disgrazia c’è la grazia. Se a un certo punto questo cantante si è accorto che gli italiani non lo ascoltavano, ha pensato: “Cosa posso fare per essere considerato?”. Se fossi stato in lui, avrei fatto la stessa cosa. Così si cambia la mente delle persone: gli italiani che sentono parlare di lui si dichiarano offesi dalla sua irriverenza. Magari, però, poi si incuriosiscono. Lo ascoltano, cambiano idea e cominciano a seguirlo. Penso che sia un’ottima strategia. Questo tipo mi piace!».

Prima di lasciarlo, mi viene in mente un’ultima domanda. Che messaggio manderebbe ai quasi 100 mila ghanesi che vivono in Italia?

«Il mio messaggio è che stiamo tutti lottando per qualcosa. Il Ghana è la vostra casa. In Italia state cercando di realizzare i vostri sogni, ma potete farlo anche qui. Il mio consiglio per quelli che soffrono, lontani dalla loro casa, è: tornate, se è quello che desiderate! Nessuno vi deriderà. È la volontà di Dio, il suo piano per voi».

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