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“I periodi di calma apparente sono i più pericolosi, dobbiamo preoccuparci di quello che avviene sottotraccia nel jihadismo: l’Asia e l’Africa sono aree dov’è in grande espansione”. Andrea Manciulli, senior research fellow dell’Ispi sul terrorismo e grande esperto della materia, in questa intervista a Formiche.net fa il punto della situazione sul terrorismo internazionale e sottolinea quello che, a suo giudizio, dovrebbero fare i governi occidentali.

La sconfitta dell’Isis in Siria e Iraq non deve lasciare tranquilli. Com’è la situazione in quelle aree?

Senza dubbio c’è stata una sconfitta sul territorio, ma non bisogna sottovalutare le insidie perché potrebbe ripetersi ciò che accadde dopo la seconda guerra irachena quando tutto d’un tratto scomparvero le truppe speciali e i reparti migliori di Saddam Hussein. In Siria le forze più coese e preparate di Daesh (Manciulli preferisce la definizione ritenuta dispregiativa dai terroristi, ndr) si sono divise e stanno cercando di mimetizzarsi in una sorta di resilienza clandestina. Come dopo la seconda guerra irachena, quindi, ciò può creare nuovi pericoli per la stabilità dell’Iraq e della Siria. Lo sforzo non è finito, dobbiamo catturarli e neutralizzare questa resilienza.

Quali conseguenze possono esserci per il Medio Oriente?

Questo humus può alimentare indirettamente alcune tensioni nell’area: i rapporti con l’Iran, il dopo elezioni irachene, la questione curda, il ruolo della Turchia. C’è un clima complicato e la presenza di certi elementi legati al terrorismo va tenuta d’occhio.

La sconfitta militare ha fatto fuggire molti foreign fighter e l’antiterrorismo di mezzo mondo è in allerta.

Tutti avevano scommesso su un loro massiccio ritorno a casa, ma la grandissima parte ha deciso di dislocarsi in altre aree dove si possa innestare un nuovo jihadismo o alimentare quello che c’è. Lo dimostra l’Afghanistan dove sono tornati in tantissimi attraversando l’Iran, fatto su cui dovremmo riflettere. Per questo andrei molto cauto sull’attenuazione della missione Nato: lì sono all’opera Daesh, al Qaeda e i talebani.

Intende dire che sarebbe un errore la riduzione del contingente italiano nella missione Resolute support, deciso dal governo Gentiloni e che potrebbe essere confermato dal governo Conte?

Esprimo solo una posizione tecnica e non politica, l’Afghanistan non è fuori dalle secche: c’è un fortissimo attivismo talebano e una competizione tra al Qaeda e Daesh, come confermano gli ultimi attentati in Afghanistan e Pakistan. Lo scenario Afpak è tutt’altro che pacificato. Il disfacimento di Daesh potrebbe essere anche un elemento di propagazione verso il resto dell’area.

È giusta la sensazione che i jihadisti puntino a conquistare aree a macchia di leopardo in varie parti del mondo?

Stiamo assistendo a quello che voleva fare nel 2004 Osama bin Laden il quale, a differenza di Daesh che ha provato a costruire uno Stato, prevedeva la creazione di tanti fronti e di cellule pronte ad attivarsi in modo da rendere difficile per tutti confrontarsi con una minaccia che si presenta sotto forma di metastasi. Non c’è casualità, al Qaeda negli anni ha pensato a occupare gli spazi vuoti sia nel caso di Stati falliti o con problemi di controllo dei confini che nel caso di periferie urbane dove ci sono problemi di integrazione e il contrasto culturale è evidente. In quest’ultimo caso i Balcani sono esempio calzante.

I gruppi jihadisti in Africa controllano vastissime aree e traffici illeciti. Ci può esser approccio europeo alla lotta al terrorismo in quelle zone?

Ci sono tantissimi spazi vuoti perché è difficile controllare i confini, come nel Sahel, il terrorismo è coinvolto in tanti traffici, c’è il problema Somalia, in zone della Nigeria del nord ci sono state stragi di villaggi interi. In Africa ripara chi scappa dalla Siria ed è terreno fertile per innestare un jihadismo molto violento in zone armate perché teatro di conflitti spaventosi. Asia e Africa sono due aree di grande espansione di jihadismo.

L’Europa sembra però non avere un approccio univoco per contrastarlo.

È certamente una priorità, ma un’intesa più forte per il contrasto al terrorismo deve partire da un’omogeneità normativa, perché abbiamo leggi che non si assomigliano ed è necessaria sia la repressione che la prevenzione.

Che cosa dobbiamo aspettarci da Donald Trump?

Gli esperti americani in questo settore sono molto preparati, negli Usa non c’è nessuna sottovalutazione del problema jihadista in Africa e in Asia: think tank, intelligence, forze armate sono molto avanti nelle analisi e sapranno come consigliarlo.

Resta l’impressione che, in una fase in cui la cronaca si occupa meno del terrorismo internazionale, la politica non debba distrarsi.

La storia del jihadismo ci racconta che i momenti di calma apparente sono quelli di maggiore crescita, ora dobbiamo preoccuparci di quello che avviene sottotraccia. Sta prendendo terreno una modalità qaedista: non si abbandona la scelta mediatica di Daesh che crea simpatizzanti sul web e quindi avremo un fenomeno che si allarga nello spazio, apparendo meno invasivo ma che sarà più minaccioso, e che nello stesso tempo userà la simpatia mediatica su larga scala continuando proliferare anche in Europa.

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