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L’Italia è un Paese a pieno titolo del G7 ma per una serie significativa di ambiti e policy pubbliche non potrebbe neanche rientrare in un ipotizzabile “G30”. Si tratta, guarda caso, di policies, ambiti, dossier su cui i politici si stanno guardando bene dall’esprimersi in questa strana campagna elettorale. Probabilmente, quelli di maggioranza perché corrispondono a mancati successi o fallimenti delle politiche governative, quelli di opposizione o perché non hanno idee in merito o perché non vogliono rischiare di bruciarsi con una materia che scotta da tempo. È il caso a questo punto di vedere la collocazione dell’Italia nelle classifiche che riguardano i singoli settori.

La prima viene definita rule of law, e si può tradurre con “efficacia e funzionamento del sistema legale”. Ebbene, secondo il World Justice Project, l’Italia è al trentunesimo posto, e questo comporta i noti effetti in termini di certezza del diritto degli operatori, scarsa attrattiva degli investimenti esteri eccetera.

Quanto all’università, un tema che è emerso in campagna elettorale sostanzialmente solo grazie alla proposta del presidente del Senato Pietro Grasso di abolire le tasse per tutti, indistintamente ricchi e poveri. Secondo la Banca Mondiale, la prima università italiana per qualità di servizi e insegnamenti agli studenti è la Sapienza al posto numero ottantaquattro, mentre le prime quattro sono ovviamente Harvard, Stanford, Cambridge e Oxford. Spicca, in ogni caso, la povertà del confronto elettorale su una materia così importante, su cui l’associazione culturale il Periscopio presenterà un paper subito dopo le elezioni che, fra l’altro, prevede l’obbligatorietà dello svolgimento di uno stage da parte di ogni studente ai fini del conseguimento del diploma di laurea.

Quanto alla capacità e facilità di aprire un’impresa, sempre la Banca Mondiale colloca l’Italia al quarantaseiesimo posto nel mondo, mentre la Spagna, ad esempio, è al ventiseiesimo posto e i nostri principali competitor europei si piazzano ai primi posti della classifica ed anche la Romania ci precede. È questo un fattore che incide non poco sul dinamismo e sulla vitalità del sistema imprenditoriale.

Anche di rischio di povertà, per ovvie ragioni, i nostri politici hanno discusso poco nel corso della campagna elettorale. Eppure, negli ultimi anni siamo scivolati negli ultimi anni al ventiduesimo posto su ventisette paesi in Europa, in quanto a rischio di esclusione sociale e di povertà, superati da paesi come Polonia, Portogallo, Spagna e Ungheria.

Dolenti sono, infine, le note sull’attrazione degli investimenti esteri. In base ad una aggiornata classifica dell’università del Kentucky, l’Italia si piazza al trentaseiesimo posto con una capacità di attrazione di investimenti pari allo 0.7 del PIL, diciotto miliardi secondo la Banca Mondiale, a fronte di trentadue per la Spagna, trentacinque per la Francia e cinquantadue per la Germania. Sarebbe, a questo punto, il caso di superare questa sorta di quasi omertà e che leader e semi-leader politici, nell’ultimo scorcio di campagna elettorale, cominciassero a pronunciarsi su come recuperare legalità e certezza del diritto, su come risollevare le sorti delle nostre università, su come rendere più facile l’apertura delle imprese, su come favorire l’attrazione degli investimenti e facessero più chiarezza su come affrontare l’esclusione sociale e il rischio di povertà.

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