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Questa vicenda delle presidenze di Camera e Senato rischia di diventare stucchevole prima ancora di cominciare. Ci rivolgiamo allora a Luigi Di Maio, titolare indiscutibile del miglior risultato alle elezioni del 4 marzo, nella speranza che sia lui a prendere l’iniziativa ed a sbloccarla.

La vicenda contiene alcuni punti fermi. Il primo recita quanto segue: il Parlamento italiano ha quasi 1000 membri tra le due Camere, quindi trovare due presidenti non può essere troppo difficile, a meno di accettare l’idea che abbiamo eletto un’accozzaglia di inetti. Il secondo paletto è altrettanto ovvio: poiché i posti sono due debbono essere divisi tra i due raggruppamenti più votati, cioè la coalizione Lega-FI-FdI e il M5S. Gli altri, a cominciare dal Pd, saranno compensati con incarichi minori. Il terzo elemento è di grammatica politica: l’accordo sui presidenti è cosa diversa da quello (eventuale) per formare il governo.

Chiariti questi tre aspetti veniamo a Di Maio, brillante ed efficace condottiero dell’armata grillina. In campagna elettorale ha ripetuto sino allo sfinimento il suo mantra: proporremo agli italiani una serie di punti e formeremo un governo con chi ci sta. Bene, lo faccia, diciamo adesso. Lasci perdere tutte le subordinate e vada ad un trasparente esempio di nuova politica, scegliendo con saggezza (non si possono umiliare gli altri) dei punti programmatici per un nuovo governo, guardando ai bisogni del Paese e senza farsi troppi retropensieri. Solo così vedremo davvero chi, in giro nelle varie formazioni della politica italiana, vuole assumersi responsabilità di governo una volta depositata la polvere della campagna elettorale. Di Maio faccia così perché è nel dna della politica fatta dal lato dei “cittadini” ed è coerente con una formula che per essere comprensibile deve anche essere semplice.

Poi ci sono gli accordi, come quelli necessari per scegliere i due presidenti. Qui Di Maio dovrebbe fare più attenzione alle parole che usa. Non può dire, contemporaneamente, che il Movimento si confronta con tutti e poi rifiutarsi di parlare con Berlusconi, che resta pur sempre titolare di un pacchetto di voti importante. Se trattativa politica dev’essere non può fare la lista dei buoni e quella dei cattivi, perché così appare levantino e incerto, fornendo argomenti ai suoi avversari (interni ed esterni). Accetti quindi Di Maio la “fatica” del leader e porti a rapida soluzione questa vicenda dei due presidenti da eleggere, vicenda che peraltro è di assoluta marginalità rispetto alle cose da fare nell’interesse collettivo.

Tenga presente il bravo Di Maio che il consenso, pur faticosamente costruito, evapora alla velocità della luce. E poi si passano gli anni a leccarsi le ferite.

Di Maio faccia Di Maio. O sono guai (per lui)

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