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Per la prima volta, dopo i fatti giudiziari del 1992/94, che costrinsero i partiti storici della cosiddetta Prima Repubblica a scomparire dalla politica attiva e operativa, si sente spesso evocare il tempo dei governi della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati di centro, addirittura auspicandone il ritorno. Impossibile ormai, per diverse ragioni, ma tant’è. La gente più in là con gli anni ricorda bene quel segmento politico. Esisteva un consolidato equilibrio, imperniato sulla maggioranza assoluta della Dc partito di cattolici, successivamente relativa. Gli esecutivi anche se si alternavano con esponenti diversi, avevano un equilibrio che resisteva e si andava avanti con certezza e determinazione. Due esempi per tutti: i governi con a capo Giuseppe Pella (agosto 1953-gennaio1954) e Fernando Tambroni (marzo/luglio 1960), significative e memorabili esperienze che comunque non stravolsero la stabilità di governo. Difficile nonostante i tentativi fatti con artifici semantici di vari protagonisti oggi replicare quell’epoca: ci vorrebbe quella storia, quel rispetto per le istanze popolari, quegli uomini incuranti degli interessi di partito o personali, ma preoccupati soprattutto delle esigenze dei ceti popolari.

La palude nella quale si sono cacciati in questa contingenza politica gli esponenti di partiti e movimenti resisterà fino a quando non si capirà che bisogna costruire un nuovo patto per governare, facendo sintesi degli interessi diffusi nel Paese e guardando al bene comune. Il M5S, la forza politica su cui si erano appuntate le aspettative più concrete, sta mostrando la sua inadeguatezza nonostante i continui proclami su cambiamento e vari giri di valzer. I governi non nascono coi veti e contro veti, in gioco c’è l’interesse generale per cui i diktat di Di Maio su potenziali alleati suona male, anche perché è il M5S che ha bisogno degli altri, il 32% grillino è maggioranza relativa come il 37% del centrodestra.

Il movimento pentastellato, parlando con monotona ripetitività di cambiamento crede d’essere la sola forza politica ad avere la pietra magica per innovare il percorso della vita politica, non rendendosi conto che il termine cambiamento è ambiguo e molto vago per essere condiviso da tutti. Si può cambiare in meglio ma anche in peggio, fino ad oggi si è capito poco di quale cambiamento parla il giovane Di Maio. Una cosa è certa: il M5S non è legittimato da nulla per sbandierare il monopolio dell’etica esprimendo condanne morali sugli avversari. Neppure Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti lo fecero coi fascisti. Si adoperarono, invece, per dar vita a una giusta sintesi di governo per rimettere in marcia il Paese verso la libertà e la democrazia. Si dirà: storia passata, sì storia passata, ma allora si governava con concretezza guardando all’interesse generale. Pochi oggi sono in condizione di fare sintesi, per costruire una valida ipotesi di governo, lo si vede nella quotidianità, dopo queste ultime elezioni in modo evidente. Prevale il frammento e non si è in grado di unire, collegare, mettere insieme. È impresa complicata legare i frammenti per gli incompetenti della politica. Se si crede di dividere, come si sta facendo in queste ore, inventandosi esclusioni e veti, si manca di requisiti elementari per essere forza di governo. Bisogna, invece, essere fiduciosi e guardare avanti: non è semplice, prevale la stanchezza, causa di paurose semplificazioni, una crisi che ha colpito anche i cattolici, per la loro incapacità a restare uniti in politica e che ha procurato non poche delusioni. I cattolici nei momenti più difficili della storia hanno sempre saputo dare il meglio con convinzione e generosità grazie alla loro fede, ma soprattutto alla dottrina sociale, per costruire la comunità degli uomini con trasporto, ricchezza intellettuale e morale. È stato così nel dopoguerra 1915/18 e negli anni della seconda guerra mondiale 1939/1945. La speranza è che possa accadere anche in questo tempo, non per un miracolo della Provvidenza, ma per la lungimiranza e l’abnegazione di donne e uomini di buona volontà. L’Italia ha ancora bisogno delle idee dei cattolici in politica.

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Perché l’Italia ha ancora bisogno delle idee dei cattolici in politica

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