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La questione delle autonomie regionali, nei tradizionali contesti nazionali e nel nuovo sistema europeo, apre delle riflessioni che sono molto importanti e interessanti. Sicuramente da qui ai prossimi anni si dovrà pensare e ripensare in tal senso uno dei nodi specifici più rilevanti per la politica, vale a dire la relazione tra il generale e il particolare, tra la dimensione legale e costituzionale delle sovranità tradizionali, e le esigenze locali di avvicinamento della democrazia al territorio e ai cittadini.

Sebbene, infatti, talvolta queste diverse declinazioni entrino in fibrillazione, per fortuna raramente in modo frontale come in Spagna, tuttavia non si tratta, in realtà, di identità specifiche destinate necessariamente a entrare per forza di cose in rotta di collisione tra loro.

La configurazione stessa dell’Europa, dal punto di vista storico oltre che teorico, implica una modulazione complessa e stratificata di rapporti difficilmente riportabili ad un parametro unitario: da un lato la dimensione statuale, dall’altro quella territoriale, e adesso sempre più questa nuova forma giuridica, tanto contestata ma altrettanto essenziale, dell’Unione Europea. Poi vi sono i legami economici, quelli bancari e, in ultima istanza, i diritti individuali e familiari di libertà e proprietà, che mai possono essere calpestati o infranti, oltre ovviamente all’estensione plurale e pubblica delle associazioni religiose.

Benché gli interessi del potere politico spingano, insomma, verso l’uniformità, realmente l’ordine della società può inverarsi soltanto se i diversificati rapporti pubblici sono considerati in modo multifunzionale, tenendo presente sempre cioè il valore positivo che hanno le differenze particolari per il bene del tutto.

Per prima cosa è importante disporre di una definizione corretta dello Stato, se non altro perché esso rappresenta l’espressione istituzionale della sovranità politica, ossia l’identità pubblica intermedia su cui si basa sia il valore superiore dei rapporti internazionali e sia quello inferiore dei segmenti regionali e territoriali. D’altronde lo Stato, nel momento della sua nascita soprattutto in Inghilterra, Francia e Spagna, non è stato per nulla in contraddizione con le autonomie locali, soprattutto perché la sua sovranità non prevedeva allora la democrazia come forma di governo, ma l’unità monarchica come asse centrale della legittimità comune.

La garanzia dello Stato come unità politica nazionale è invece stata sottoposto alla tentazione centralistica successivamente quando il processo di democratizzazione si è imposto inesorabilmente, non solo nelle diverse modulazioni liberali, parlamentari e presidenziali, ma anche sul versante ideologico dei sistemi autoritari non collettivistici e in quelli totalitari a economia pianificata.

Tanto Francisco Franco quanto Stalin e Benito Mussolini hanno costantemente contrastato, in modi evidentemente opposti e dissimili tra loro, le autonomie regionali. In Italia l’introduzione degli statuti regionali è arrivata lentamente nell’era repubblicana con un processo complesso di concessioni ordinarie e speciali, fino al famigerato Titolo V che, con infinite contraddizioni, ha decretato la premessa costituzionale odierna del pseudo federalismo all’italiana.

Oggi che i processi di mobilità e autonomia sono irresistibili, in un contesto nel quale i cittadini sentono le istituzioni lontane, vi è l’esigenza forte di avvicinare i processi decisionali alle persone, in modo tale che gli elettori nel piccolo possano meglio controllare gli eletti e veder garantita così maggiormente l’efficienza della prassi di governo delle proprie città e regioni.

Perciò è molto importante che lo Stato snellisca le prerogative interne in suo possesso, riscoprendo la propria corretta e limitata sfera di competenze unitarie di democrazia nazionale, in felice armonia con la politica estera sovranazionale e continentale delle istituzioni europee.

In sintesi, ogni singola città e ogni singolo territorio hanno una loro originale unità, che deve essere amministrata localmente. Ogni nazione ha il suo Stato che deve essere governato e rappresentato nell’interesse nazionale. E l’Europa, da par suo, deve trovare necessariamente una propria sfera rappresentativa sovranazionale non contrastando la sussidiarietà del particolare ma salvaguardando l’intero da un punto di vista interstatuale e globale.

È chiaro che ancora siamo in una fase politica embrionale nella quale questi diversi assetti non trovano un equilibrio nitido e facile. Ma proprio perciò uno dei compiti dell’Unione Europea dovrebbe essere quello non di ostacolare il federalismo, bensì di garantirlo come funzione fondativa di un moderno equilibrio tra le molteplici sovranità nazionali e la preposta unità europea.

Uno Stato forte e democratico, da par suo, non deve avere paura né dell’Europa, né delle autonomie, in primis quelle che emergono direttamente dalle libertà individuali presenti dentro i propri confini. Uno Stato invasivo è infatti debole e burocratico, tendendo a contrapporre la sua mancanza di autorevolezza strabordando sia verso il basso e sia verso l’alto.

Ogni persona, in definitiva, gode di diritti inviolabili, legati alla sua singolare dignità soggettiva e sociale. E dalla diversa espressione di questa materialità multiforme derivano diversi modi di vita che legittimano poi gli statuti diversi delle singole indipendenze locali. Ogni regione è, infatti, speciale, e l’Europa, se vuole fortificare la sua compatta unità continentale, deve riuscire nell’impresa di coniugare l’identico e il diverso, il particolare e il generale, facendosi espressione non solo dei singoli Stati sovrani, ma anche dell’ordine democratico complessivo eretto sull’eterogenea autonomia dei concreti spazi di cittadinanza territoriale.

regionalismo, LUCA ZAIA POLITICO LEGA

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