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Un Comitato per salvare l’America. Sembrava una fantasia giornalistica, ma dopo l’uscita di Steve Bannon dalla Casa Bianca ci sono pochi dubbi che esista davvero. Ne fanno parte i generali, i newyorkesi e i leader repubblicani del Congresso. Il loro obiettivo è quello di mettere le briglie al presidente Donald Trump, impedire che i suoi tweet più infuocati producano danni irreversibili. L’ex capo delle strategie della Casa Bianca, Bannon, li chiama globalisti, tutti coalizzati contro di lui, il nazionalista per eccellenza. E vincenti, visto che la scorsa settimana lo hanno sfrattato.

In prima fila sono i generali: il capo dello Staff John Kelly, del corpo dei Marine, il consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster e il segretario alla Difesa Jim Mattis. Si parlano frequentemente, condividono la stessa visione del mondo e hanno un alleato in Joseph Dunford, il numero uno delle Forze Armate, anche lui un marine. Messa così, la Casa Bianca sembrerebbe ostaggio di una giunta militare. Loro sostengono invece che vogliono solo razionalizzare il funzionamento dello staff di Trump, fornirgli le migliori informazioni e le giuste opzioni.

I civili mantengono comunque un ruolo importante, vengono tutti da New York, come il presidente, e hanno lavorato a Goldman Sachs: si tratta del consigliere per l’Economia Gary Cohn, ex presidente della banca d’affari, della vice consigliera per la Sicurezza nazionale Dina Powell, di origine egiziana, e del segretario al Tesoro, Steve Mnuchin. Proprio ieri, in un evento tenutosi a Louisville, nel Kentucky, Mnuchin ha dichiarato che la riforma fiscale resta la sua «principale priorità», ribadendo di essere «determinato» a portarla avanti. L’iter previsto «inizierà il mese prossimo». La riforma, ha sottolineato, «è cruciale per la crescita economica» perché «la differenza tra una crescita del pil del 2% e una del 3% è di migliaia di miliardi di dollari».

Al fianco di Mnuchin c’era il leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, che insieme allo speaker della camera dei rappresentanti, Paul Ryan, fa parte del terzo cerchio del Comitato per salvare l’America. I due sono esponenti dell’apparato del partito, che ha sempre visto Trump come il fumo negli occhi. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che la vittoria del magnate newyorkese alla nomination repubblicana è stata una vera e propria opa ostile. Ieri McConnell ha dichiarato che il tetto del debito, ovvero il limite oltre il quale gli Usa non possono emettere nuovo debito per finanziare le proprie attività, sarà «sicuramente innalzato», assicurando che «l’America non andrà in default».

Per i mercati il mese di settembre sarà quindi decisivo. Conta che venga attuata la riforma fiscale perché il rally di Wall Street, iniziato con l’elezione di Trump, è stato innescato proprio da questa promessa. E l’uscita dalla Casa Bianca di Bannon pone le premesse per una fattiva collaborazione tra i newyorkesi ex Goldman Sachs e i leader dei due rami del parlamento.

Che cosa farà la variabile impazzita Trump è difficile dirlo. Di certo ha già iniziato la campagna elettorale per la sua rielezione nel 2020. Oggi sarà a Phoenix in Arizona a tenere un comizio. Vedremo se manterrà i toni alla Bannon oppure li modererà. Più probabile la prima ipotesi perché i suoi elettori (che non sono i repubblicani tradizionali) lo vogliono così. Con il rischio che il cordone sanitario messo in piedi dal Comitato di salvezza dell’America lo trasformi definitivamente nel classico can che abbaia non morde. Spianando così la vittoria ai democratici.

Pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi

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