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“La politica è un cavalletto, gli elettori sono il quadro e il presidente dispone di tutti i colori”, sembra pensare Trump mentre scandisce, spavaldo e con lo sguardo altero, la formula del giuramento come ultimo successore in ordine di tempo alla Casa Bianca del primo presidente George Washington: “Io Donald Trump giuro solennemente di sostenere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti contro tutti i nemici, esterni e interni. Che Dio mi aiuti”. E ci preservi, soprattutto.

“Non è un ritorno, ma una continuazione”, è il Trump incipit che dà un senso di déjà vu al rimbombo dello starter dei 100 giorni di una presidenza interrupta da una sconfitta elettorale mai riconosciuta. Se come sosteneva Platone “l’inizio è la parte più importante del lavoro”, secondo il Wall Street Journal, Donald Trump avrebbe anticipato ai suoi collaboratori di voler andare in Cina nei suoi primi 100 giorni da presidente. Nel corso del loro colloquio telefonico di alcuni giorni addietro Trump e il presidente Xi Jinping hanno infatti parlato di un possibile loro incontro di persona.

Se la Cina è sempre più vicina, i primi tre mesi della nuova amministrazione preannunciano uno tsunami di ordini esecutivi destinanti mettere a soqquadro la politica interna ed estera americana. “Saranno i primi 100 giorni più straordinari di qualsiasi altro presidente nella storia americana” ha retoricamente insistito Trump ripetendo quasi ossessivamente: “Nel mio primo giorno nello Studio Ovale avvierò il più grande programma di espulsione di sempre degli immigrati clandestini; il primo giorno inizierò a porre fine alla guerra in Ucraina, nella quale stanno morendo russi e ucraini. Voglio che smettano di morire. E farò in modo che ciò avvenga in 24 ore; il primo giorno…” e così via, in una sorta di rosario del Trump pensiero declamato a memoria in campagna elettorale.

Lo spartiacque gelato del giuramento e dell’insediamento di Trump in realtà sancisce anche la fine della propaganda elettorale e avvia il pragmatismo di governo.
Molti gli aspetti da focalizzare attentamente. Il più evidente è quell’Elon Musk seduto, assieme a Zuckerberg e Bezos, accanto al figlio di Trump e alla Fist Lady Melania, che sfoggia con grande classe un cappello a falda larga con un nastro bianco, quasi a voler marcare la distanza dal marito, che infatti non riesce a baciarla agevolmente sulle guance dopo il giuramento.

Quando il Tycoon nel 2017 iniziò il suo primo mandato, era un neofita della politica e un outsider nel Partito Repubblicano. Il suo gabinetto era un miscuglio di repubblicani dell’establishment, uomini d’affari e generali. Molti dei loro incarichi furono brevi: dieci si dimisero nei primi due anni di presidenza. Questa volta l’amministrazione include politici di carriera, big di Wall Street e anchorman. Ma tutti condividono una decisiva caratteristica: la lealtà incondizionata nei confronti di Trump.

Un altro punto nevralgico, ancora tutto politicamente da decrittare è quello del ruolo e delle prospettive del vice presidente James David Vance, 41 anni, senatore uscente dell’Ohio. Ex volontario dei Marines, Vance ha una personalità complessa.

Figlio di una famiglia povera di origini origine scozzese-irlandese si è laureato in scienze politiche e filosofia e nel saggio ”Elegia americana” scritto nel giugno 2016 ricorda di aver studiato il filosofo materialista Antony Flew, scomparso nel 2010, che condivideva la visione atea del mondo dei giovani e difendeva l’evoluzionismo come prova provata dell’inesistenza di Dio. A 81 anni, sei anni prima di morire, Flew però si convertì smentendo di fatto le precedenti tesi.

Un altro riferimento contenuto nel saggio di Vance riguarda le parabole del filosofo anglicano Basil Mitchell, che sosteneva il primato assoluto della fede religiosa e criticava l’umanesimo liberale dice. “Da allora ci penso costantemente” sottolinea l’attuale vice presidente che ha giurato prima di Trump.

Più che un nuovo avvio si tratta dell’ “Inizio della fine dell’era Trump” titola non a caso The Economist, prefigurando una possibile successione targata Vance.
In un’atmosfera di neo imperialismo dialettico globale, “ci riprenderemo Panama; l’esercito innanzi tutto, ma non per fare la guerra semmai per evitare i conflitti; non c’é sogno o cosa impossibile che non realizzeremo”, mentre il count down della storia scandisce l’arrivo del futuro, il secondo mandato inizia comunque con un ampio sostegno da parte dell’opinione pubblica americana, in particolare del pugno duro in tema immigrazione.

Secondo un sondaggio condotto da Ipsos per il New York Times l’87% dei cittadini americani è favorevole all’espulsione degli immigrati irregolari che abbiano commesso reati, a fronte di un solo 10 per cento di contrari. Anche l’espulsione di immigrati irregolari arrivati negli ultimi 4 anni é sostenuta da un’ampia maggioranza del 63% degli intervistati. Ma a colpire è soprattutto il 55% che appoggia deportazioni di tutti quanti sono entrati nel Paese senza documenti.

Vista dall’Europa non tutta quella che il neo presidente annuncia come la nuova epopea americana è suscettibile di rischi e sfide. L’impostazione dei rapporti che si instaureranno tra le due sponde dell’Atlantico può produrre benefici per entrambi.

Ne è esempio l’atteggiamento verso la Cina. Un fronte comune America-Europa potrebbe giovare a raggiungere e a rafforzare accordi reciprocamente convenienti fra le tre aree. Il punto di svolta internazionale, che si riflette in Europa, riguarda però in maniera decisiva i rapporti tra le superpotenze. Trump si è accreditato come peacemaker, risolutore della guerra scatenata dalla Russia di Putin contro l’Ucraina.
Per gli europei è un segnale positivo in considerazione dei migliori rapporti che ha con Putin, ma potrebbe al tempo stesso trasformarsi in un riscontro negativo qualora Washington non tenesse conto degli interessi europei a salvaguardare l’Ucraina e a consentirle di entrare nell’Ue.

Dal cappello di Melania al giro del mondo in quattro anni che Trump immagina di completare per affermare il suo slogan Make America Great Again, rendiamo l’America di nuovo grande, il colossal circolare dell’appena insediato presidente ha già iniziato a girare su se stesso.

Nessuno ha il coraggio di sussurrargli all’orecchio una frase analoga a quella che veniva ripetuta sul cocchio del trionfo ai condottieri romani per scongiurare l’enfasi del delirio di onnipotenza. Per esempio, una frase di Eraclito che dice semplicemente come “su di un cerchio ogni punto d’inizio può anche essere un punto di fine”.

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