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2.500 persone – forse qualcosa di più – provenienti un po’ da tutta Italia, con un’adesione al di sopra di ogni aspettativa dalla Sicilia, un territorio nel quale Stefano Parisi, almeno in teoria, non avrebbe dovuto essere così radicato. Più di 300 i simpatizzanti arrivati dalla regione attualmente amministrata dal centrosinistra, che può anche vantare quella che tra i sostenitori di Energie per l’Italia viene chiamata la città campione: Gela, in provincia di Caltanissetta, dove – in proporzione – è stato creato il più alto numero di circoli aderenti al movimento guidato dall’ex direttore generale di Confindustria.

ECCO CHI HA PARTECIPATO ALLA CONVENTION ROMANA DI PARISI. TUTTE LE FOTO

LA RISPOSTA DI ROMA 

Roma, dunque, ha risposto all’appello di Parisi e ha affollato l’Hotel Ergife sulla via Aurelia per ascoltare il suo manifesto politico-economico e gli interventi di chi lo ha preceduto sul palco. La manifestazione, come da premesse, è stata snella e piuttosto breve: non più di due ore di convention nella corso della quale, oltre all’ex candidato sindaco di Milano, hanno preso la parola in sei: il sindaco di Vedelago – un comune in provincia di Treviso – Cristina Andreatta e quello di Acate, nel ragusano, Francesco Raffo. E poi, ancora, l’economista ex Italia Unica di Passera Riccardo Puglisi, il giuslavorista e presidente di Adapt – il think tank fondato da Marco Biagi e guidato da Michele TiraboschiEmanuele Massagli, l’ideatrice del progetto Burocrazia Attiva Caterina Belletti e Giacomo Mannheimer che di Energie per l’Italia è il coordinatore del programma. Nella veste di moderatori – come anticipato da Formiche.netFederico Figini e Rosamaria Bitetti.

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LA PROPOSTA POLITICA

Il messaggio chiave arriva verso la fine del suo discorso, quando Parisi propone la riunificazione dell’area popolare e liberale oggi polverizzata in una miriade di sigle e siglette: “Organizziamo una grande costituente, costruiamo una nuova comunità politica che non nasca dal palazzo“. L’ex candidato sindaco di Milano la definisce “costituente per l’Italia” e indica anche una data per chiamare a raccolta gli elettori: “L’8 ottobre andiamo a votare per scegliere il leader di quest’area. Io mi candido e sono pronto a confrontarmi con chi condivide la nostra impostazione“. Due salti di qualità nella strategia politica di Parisi: la voglia di contaminarsi per dare vita a un progetto politico più ampio e ambizioso – che non è escluso possa continuare a chiamarsi Energie per l’Italia – e la decisione di passare per un’investitura dal basso: “Non devo per forza essere io il leader, lo decideranno le persone l’8 ottobre“. “Ma non chiamatele primarie“, aggiunge poi a margine: “Le primarie le fa la sinistra“.

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I CONVITATI DI PIETRA

Una proposta rivolta agli altri movimenti politici di ispirazione popolar-liberale, alle realtà dell’associazionismo e ai rappresentanti del mondo dell’imprenditoria, che fin da settembre sta fortemente incoraggiando il tentativo di Parisi. Che, però, è stato netto nei confronti di quelle forze ancora in maggioranza o al governo con il Pd. “Se state al governo non potete partecipare a questo percorso“, ha scandito dal palco. Messaggio chiaramente indirizzato ad Alternativa popolare e al suo leader Angelino Alfano, ma, in fondo, estendibile anche ad altri, come i centristi per l’Europa di Pier Ferdinando Casini e Ala di Denis Verdini ed Enrico Zanetti: quasi un ultimatum, per dirgli di far presto a rompere gli indugi e ad assumere una decisione definitiva sulla loro collocazione politica perché il treno di un nuovo centrodestra non lepenista più avanti non si fermerà per imbarcare altri passeggeri.

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L’OMBRA DI SILVIO

Parisi non lo ha nominato mai apertamente, ma più di una parola era rivolta inevitabilmente a lui, a Silvio Berlusconi, che prima lo ha convinto a vestire i panni del possibile nuovo leader del centrodestra, salvo poi allontanarsene per le rimostranze interne dei colonnelli di Forza Italia (Berlusconi voleva affidarmi il partito ma io volevo costruire un movimento ex novo, ha detto venerdì scorso Parisi in tv da Lilli Gruber) e i continui battibecchi mediatici con Matteo Salvini. “Quello che sta nascendo non è la coda di ciò che è accaduto nel 1994. Ci vuole qualcosa di nuovo. Pieno rispetto per quanto è stato fatto, ma quel progetto politico sta andando ad esaurimento perché non è stato in grado di rigenerarsi. Io ci ho anche provato“. Una presa di distanza almeno apparentemente inequivocabile che, però, non esclude possibili nuovi incroci. Anche perché – al netto delle critiche politiche – Parisi ha evitato di attaccare direttamente Berlusconi, senza neppure menzionarlo. I rapporti tra i due al momento sono freddi – pare che non si sentano da novembre – ma di tempo, fino ad ottobre e soprattutto fino alle prossime elezioni, ne manca ancora parecchio. Dipenderà da cosa deciderà di fare alla fine il Cavaliere – sempre a metà del guado tra sovranisti e popolari – e da alcune variabili esterne da non sottovalutare.

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MARINE LE PEN E IL CENTRODESTRA CHE VERRA’

Il tema lo inquadra senza giri di parole Maurizio Sacconi – ex ministro del Lavoro con Berlusconi ed ex Ncd – da poco ufficialmente entrato nella formazione di Parisi con il quale condivide un’antica militanza socialista. Seduto in platea tra i militanti, Sacconi non ha esitato a definire le presidenziali francesi come un appuntamento decisivo anche per capire gli assetti interni al centrodestra italiano: “Dopo quel voto, Salvini potrebbe non essere quello di questi mesi“. E neppure Berlusconi. La speranza – ma anche un po’ la sensazione – è che Marine Le Pen non vinca e che finisca così per sgonfiarsi pure in Italia l’ondata sovranista di cui tanto si discute in queste settimane. E il resto lo potrebbero fare i sondaggi che danno il leader della Lega in calo. A quel punto Salvini – braccato internamente da Umberto Bossi – potrebbe rinunciare ai sogni di leadership e decidere di sostenere un centrodestra vecchie maniere. Ipotesi futuribili – considerato che non è ancora nemmeno chiaro con quale sistema elettorale si andrà a votare – sulle quali, però, in Energie per l’Italia danno l’impressione di confidare parecchio. In fondo anche Parisi, che – pur ribadendo convintamente le sue priorità politico-economiche, a cominciare dal no all’uscita dall’Euro – non ha inviato alcun attacco personale e frontale a Salvini (e neppure a Giorgia Meloni), com’era stato solito invece fare in molte occasioni in passato.

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L’AVVERSARIO E’ RENZI

Nessun dubbio, invece, sul bersaglio numero uno di Parisi: Matteo Renzi e il suo governo le cui responsabilità – ha affermato il leader di Energie per l’Italia – “sono molto più gravi di quelle che immaginiamo“. Una scelta politica ben precisa: drenare i consensi di quelli elettori di centrodestra che, soprattutto all’inizio della stagione renziana, avevano guardato con simpatia e favore a Renzi, al punto di votarlo in massa in occasione delle europee del 2014. Parisi, ovviamente, non lo ha detto apertamente ma è sembrato confermarlo quando dal palco ha sottolineato a più riprese la natura “di sinistra” del governo Renzi e delle sue politiche economiche. “L’ex presidente del Consiglio non è un liberale, non è vero“, ha ripetuto in tutti i modi l’ex candidato sindaco di Milano, che ha fatto anche qualche esempio: “Invece di utilizzare le risorse pubbliche a disposizione per creare lavoro, ha preferito dare 80 euro a chi un lavoro già ce lo aveva“. E poi ancora, quando ha parlato della diversa visione economica che dovrebbe animare il centrodestra: “La sinistra è il partito della spesa pubblica, della redistribuzione e non della creazione di ricchezza, che vorrebbe avere tutti un po’ più poveri per far essere tutti uguali“. E soprattutto quando ha ironizzato sul cosiddetto storytelling, una dei cavalli di battaglia di Renzi: “Sono il partito dei tweet e della narrazione: un termine che nasconde in realtà una presa in giro nei confronti dell’opinione pubblica“.

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I DISTINGUO SU GENTILONI

Molto più benevolo il suo giudizio sull’attuale presidente del Consiglio. “Stimo Gentiloni“, ha spiegato Parisi, che però non ha mancato di criticare nel merito alcune delle sue scelte e di contestare la sua vicinanza a Renzi: “O si libera di quel filo rosso che ha sulla sua scrivania o porta il Paese al disastro“. Il riferimento, tra gli altri, è alla decisione del governo di cancellare i voucher per scongiurare il referendum abrogativo promosso dal sindacato guidato da Susanna Camusso: “Una vicenda vergognosa, quel referendum lo avremmo vinto, come fece Craxi nel 1985 sulla scala mobile. Il popolo italiano è molto meglio della Cgil“.

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LO SPETTRO A CINQUESTELLE

Qualche stoccata l’ha riservata anche ai cinquestelle, ma solo di sponda, sempre nel parlare a proposito di Renzi, a ulteriore testimonianza che la corsa sembra volerla fare soprattutto sul centrosinistra e non tanto sul movimento guidato da Beppe Grillo. “Se Renzi insiste a voler votare a novembre, rischiamo che la prossima manovra la faccia Di Maio“, ha commentato Parisi che poi ha rimproverato all’ex premier di aver inseguito i pentastellati sul terreno  della demagogia: “Chissene frega che Renzi guadagna meno di Di Maio. La politica deve avere rispetto di sé stessa: non deve inseguire queste stupidaggini, non deve correre dietro a questo schifo di populismo. La democrazia costa, altrimenti mettessero un dittatore“.

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L’ECONOMIA PRIMA DI TUTTO

Un appuntamento fortemente scandito dai temi economici, sui quali si è concentrato anche lo stesso Parisi. “Sviluppo è la parola chiave“, ha tuonato dal palco il leader di Energie per l’Italia che ha presentato anche un manifesto con 10 proposte, tra le quali compaiono “la riduzione delle tasse sulle imprese a partire dall’azzeramento dell’Irap per cinque anni in tutto il Mezzogiorno“, “la riduzione della spesa pubblica di almeno 5 punti percentuali rispetto al Pil“, “il dimezzamento dell’Imu” e “l’abolizione dello statuto dei lavoratori per introdurre lo statuto dei lavori” ideato da Marco Biagi. E poi ancora l’idea di ridurre il debito pubblico attraverso un massiccio piano di privatizzazioni e “l’adozione di una flat tax che sostituisca l’Irpef”. Una proposta, quest’ultima, che certo non potrà dispiacere a Salvini.

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