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“In Medio Oriente ed Ucraina siamo testimoni di come Stati e gruppi terroristici ricorrano ai social per raggiungere il proprio pubblico, per ingannare gli avversari e anche per coordinare le attività”. È ai russi e all’Isis che fa riferimento New Trends in Social Media (ricerca che raccoglie e approfondisce i temi trattati in un seminario omonimo dedicato alle piattaforme sociali, pubblicato nel dicembre scorso), avversari che preoccupano il Nato Stratcom Centre of Excellence di Riga per l’abilità degli informatici del Cremlino e del Daesh nel veicolare propaganda, informazione e creare una base di sostegno attraverso le popolarissime piattaforme sociali.

“Secondo il rapporto 2015 del Global Web Index – si legge nel documento – sulle ragioni che spingono le persone ad usare i social, i principali motivi sono legati all’informazione passiva; il 55% degli utenti usa il social per sapere cosa fanno i propri amici, il 41% per restare aggiornati su notizie ed eventi, il resto per occupare il tempo libero”.

Il rapporto fornisce anche stime sull’uso di specifici canali:

“Una recente ricerca del Pew Research Centre ha dimostrato che nel 2016 il 62% degli adulti statunitensi ha ottenuto informazioni dai social, contro il dato del 49% del 2012. Facebook è la piattaforma più utilizzata (i suoi utenti sono per il 67% americani), seguito da YouTube e da Twitter. Consapevoli di questo trend, le stesse piattaforme incrementano l’offerta di notizie per aumentare gli accessi ai loro siti. Anche Snapchat, piattaforma di “direct messaging” e non progettata per essere un canale di notizie, sta tentando di abilitare un servizio che garantisca l’accesso alle news”.

E se è vero quanto sostiene il fondatore di Snapchat Evan Spiegel, cioè che “le foto sono più di un mezzo per catturare momenti, le foto sono uno strumento di comunicazione”, le preoccupazioni della Nato in merito all’uso di strumenti, popolari, in guerra sono più che fondate: infatti, il 70% della propaganda del Daesh è fatta di immagini (foto e video); inoltre, con una popolazione di internauti abituata ad attingere alle informazioni su Facebook e Twitter, la probabilità che l’utente noti, legga, condivida contenuti del nemico sono piuttosto elevate.

Si legge ancora che “i casi di uso dei social media da parte dell’Isis e della Russia analizzati da Stratcom dimostrano che questi attori si sono abilmente adeguati all’utilizzo di nuovi strumenti (comunicativi, nda) e stanno effettivamente usando tecnologie sviluppate per esigenze commerciali e di marketing adattate alle esigenze e ai gusti del pubblico al quale si rivolgono […] Le dinamiche, persistenti, di questo uso sono caratterizzate da: creazione di contenuti accattivanti; sfruttare i nuovi metodi di comunicazione per distribuire contenuti tradizionali, come ad esempio i terroristi che diffondono testi attraverso google docs o che installano internet point in zone prive di accesso alla rete nei quali è possibile scaricare e condividere file mp3 o diffondere altro materiale usufruendo di smartphone ed economiche schede telefoniche. Poi, c’è l’uso coordinato di canali multipli pubblici e chiusi: Twitter, siti internet e piattaforme di messaggistica diretta come WhatsApp, Silent Circle e Wickr, le cui conversazioni sono protette da sistemi di criptazione alle quali neanche i migliori strumenti di analisi dati riescono ad accedere facilmente. Uso intensivo dei bots, da quelli semplici a strategie di informazione più sofisticate; Misdirection (direzione dell’attenzione, nda), Hashtag hijacking, Smoke screening (nella terminologia militare è oscurare il campo d’osservazione del nemico, nda), Thread-jacking (cambiare topic in una discussione su un forum, ad esempio usando #Isis come hashtag ma con link che rimanda ad un sito di e-shopping”.

Dunque, secondo Stratcom il social network più che un diletto è, semmai, uno strumento “al quale si può ricorrere per plasmare comportamenti e reazioni del pubblico al quale ci si rivolge; sia stati, sia gruppi terroristici stanno sempre più ricorrendo alle piattaforme sociali per conseguire successi politici o militari”.

Solo una parte del documento non è chiara, cioè se la percezione dei pericoli derivanti dalla information warfare sia maggiore in relazione all’attività dell’Isis o del Cremlino. Considerando la quantità di informazioni che il documento propone in merito alla propaganda di al Baghdadi, è presumibile pensare che la priorità degli analisti di Stratcom sia ostacolare il terrorismo via web dell’Isis. Tuttavia, è lecito ricordare che alla Russia è dedicato The Dynamics of Russia’s Information Activities against Ukraine during the Syria Campaign, dossier pubblicato nel novembre 2016 e che amplia il campo di studio della NATO all’attività di informazione di Mosca non soltanto nell’area ucraina ma anche in quella del Mediterraneo sud-orientale.

Come si muovono sui social Isis e Russia. Report Stratcom

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