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Il progetto cinese One Belt One Road significherà per l’Italia soprattutto investimenti asiatici nelle infrastrutture, a partire da porti e aeroporti. In quest’ottica vanno visti gli incontri cui il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio ha partecipato a Pechino e Chongqing in occasione del Business Forum Italia Cina dei giorni scorsi. Delrio ha spiegato alle controparti cinesi che in Italia c’è stata la riforma della legislazione sulle Autorità portuali, che rende più attrattivo il settore.

Il ministro ha evidenziato la semplificazione dei controlli e delle procedure doganali, la velocizzazione del trasferimento delle merci dalle navi alla ferrovia, la razionalizzazione nella gestione delle infrastrutture portuali e le decisioni sugli investimenti a essi dedicati. Degli investimenti cinesi nei porti italiani inoltre, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, hanno parlato anche il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping in occasione della visita di Stato della settimana scorsa.

Le potenzialità di un ampio accordo nel settore portuale sono evidenti; basti pensare che “per ogni 1,3 milioni di container che non attraccano in Italia l’Erario perde 2 miliardi di euro di introiti fiscali”, ha voluto sottolineare Delrio.

“Da parte cinese ci aspettiamo concreti impegni di investimento”, ha dichiarato a MF-Milano Finanza Ivan Scalfarotto, sottosegretario al ministero per lo Sviluppo Economico. “Ma anche gruppi italiani come Danieli, Brembo, presenti in Cina da tempo, avranno la possibilità di investire in progetti cinesi; in questi casi infatti la reciprocità è fondamentale”.

Dunque, da una parte investimenti cinesi in Italia e dall’altra partecipazione delle imprese italiane ai progetti infrastrutturali cinesi sul mercato locale o lungo la vecchia Via della Seta. Anche se per il momento su quest’ultimo fronte le cose appaiono più complicate. “Le società italiane che costruiscono dighe, porti, aeroporti e autostrade sono tra i migliori al mondo”, spiega ancora Scalfarotto. “Finora è però mancato lo sforzo del sistema-Paese a supporto degli interessi di tali aziende, ragion per cui la politica deve fare ammenda e porre rimedio”.

Nel corso del recente Business Forum le istituzioni italiane hanno cercato di presentare le aziende tricolore come l’espressione di un tessuto produttivo ricco di talenti. Quel che è certo è che tra i due Paesi si è aperto un canale di comunicazione molto vitale, basato su un rapporto continuativo e multi-settoriale, che coinvolge più ministeri. Soltanto in questo modo, ragionavano molti all’interno dell’entourage che ha partecipato a Forum, l’Italia può recuperare parte del ritardo accumulato nei confronti di dei francesi o dei tedeschi sul fronte dei rapporti economico-diplomatici con Pechino. “Non sempre copiare è sbagliato”, ha sintetizzato al proposito Scalfarotto (alla sua quinta visita in Cina negli ultimi sette mesi. “Anzi, in questo caso l’Italia farebbe bene ad adottare proprio le best practices sviluppate da altri Paesi europei, che si sono mossi prima di noi, e finora meglio, nell’ambito delle relazioni con la Cina”.

(Articolo pubblicato su MF/Milano finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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