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Dovremmo segnarlo con un evidenziatore, questo momento del Commissario europeo Günther Oettinger che ottiene la delega al budget europeo, alla vigilia delle elezioni americane e di vari cambiamenti nell’est Europa, dalla Moldavia alla Bulgaria. La principale istituzione dell’Unione è davvero cambiata, dalla dimensione collegiale di Jacques Delors alla Commissione Barroso accusata di prendere ordini dagli Stati membri, una specie di riunione d’ambasciatori, una “Coreper zero”. Nel declino del ruolo francese, nel minor peso europeo di molti Stati membri travolti dalla crisi, con qualche remo in barca olandese e danese, si è arrivati a una generale leadership a narrazione tedesca con le elezioni del Parlamento europeo e la nomina della nuova Commissione del novembre 2014. Nell’anno della crisi ucraina, è emersa una squadra coerente e organizzata, dal Consiglio al Parlamento europeo, dal Comitato delle regioni all’Olaf, evidente non più solo sui temi finanziari, ma sull’insieme delle politiche europee.

OETTINGER, TEDESCO EUROPE DELLE GRANDI IMPRESE 

Nei giorni scorsi, Oettinger è stato criticato per le espressioni francamente razziste da lui pronunciate a un incontro di industriali ad Amburgo. Il 2 novembre, dopo aver ben resistito, si è dovuto infine scusare con un comunicato stampa. Il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, aveva inizialmente glissato, come la stessa Merkel, come chi lo conosce in Baden Württemberg, di cui Oettinger è stato presidente per cinque anni: un uomo rude nei modi e amico delle imprese.
Al di là della fuffa sulle start up e sulle Pmi, il grosso dell’economia d’altra parte si sviluppa nei grandi gruppi, di cui molti sono tedeschi, e che molto esportano. Per questo, nell’estate del 2014, Angela Merkel lo voleva Commissario europeo al commercio estero, proprio mentre si perfezionavano i negoziati Ttip e Ceta. E’ finito però all’Europa digitale, proprio lui, uomo analogico che vive senza Wi-fi. Eppure Oettinger è perdonabile, perché lavora nell’interesse della Germania e anche un po’ di tutti, per esempio per due anni contro Google che si mangia il lavoro editoriale altrui e lo diffonde senza pagarlo, a Springer Bertelsmann oppure agli altri editori, compresi gli italiani. Quando era ancora Commissario all’energia, è stato anche bravo ad approvvigionare di gas i Paesi deboli dell’est, l’Ucraina e la Moldavia sotto minaccia russa di termosifoni spenti nel 2014 (qui l’articolo di Formiche.net). Temi importanti, per l’Europa e l’Occidente, con una coincidenza tra vedute europee, tedesche e in parte occidentali.

L’EUROPA TEDESCA, LA GERMANIA EUROPEA

Per quanto vengano snobbati da politici e da qualche commentatore, programmi e piani europei hanno concreta incidenza, dal Piano Juncker alla strategia sui migranti, almeno sulla destabilizzante rotta balcanica, da cui all’accordo con la Turchia. Sono operazioni a sostanziale guida euro-tedesca. Per esempio, come raccontava Politico.eu, sul budget di cui si occuperà Oettinger, il blocco tedesco è saldo. Il relatore in Parlamento europeo è Jens Geier, la presidente per il controllo del budget è Ingeborg Grässle, Spd il primo, Cd7u la seconda: una conferma della Grosse Koalition operativa a Bruxelles. Le posizione di contorno sono poi assicurate: sono della Cdu il capo di gabinetto di Jean-Claude Juncker, Martin Selmayr e il presidente della Corte dei Conti, Klaus-Heiner Lehne. Sono tedesche molte figure influenti, come il presidente (uscente) del parlamento europeo Martin Schultz e come molti dei capi di gabinetto dei Commissari, tra cui Martin Selmayr, che guida l’ufficio di Jean-Claude Juncker. Un ambiente e una narrazione in cui si ritrovano pur con sfumature quasi tutte le posizioni apicali, dal Comitato delle regioni al servizio per l’azione esterna esterna, coinvolgendo nomi di altri Paesi membri, dalla Polonia al Belgio, dalla Francia all’Italia. E’ una macchina coerente nell’elaborazione e nei messaggi, che funziona egregiamente ed è in grado di dare risposte, ai Paesi di Visegrad che borbottano sui migranti, a Renzi che protesta sui soldi italiani.

Non tutti sopportano questo ambiente, ne condividono scelte e nomine: come Kristalina Georgieva, la Commissaria che lascia Bruxelles e le sue deleghe sul budget a Oettinger dal 2 gennaio prossimo. Veniva dalla Banca mondiale di cui è stata vicepresidente, è stata apprezzata come Commissaria europea per l’aiuto allo sviluppo per cinque anni, ma con la nuova Commissione si è stufata. Ha tentato di diventare segretario delle Nazioni unite, e si è poi convinta ad andare al Fondo monetario internazionale. Non era d’accordo appunto con Martin Selmayr, il capo di gabinetto di Juncker, un altro della Cdu non nuovo a contrasti per modi e contenuti.

E MENO MALE CHE C’È LA GERMANIA 

D’altra parte, la guida euro-tedesca è riconosciuta e oggi adeguata alle sfide. Nel panico della Brexit, la pista d’atterraggio è stata tracciata in un documento franco-tedesco, poche ore dopo il voto del 23 giugno. Il vertice di Bratislava del 16 settembre è stato preparato dalla Germania. All’Italia di Renzi è spettato l’onore della cerimonia di avvio del 22 agosto a Ventotene, alla Francia di Hollande il compito di comporre la protesta dei socialisti e dei mediterranei, mentre Angela Merkel si è smazzuolata gran parte del lavoro incontrando praticamente tutti i capi di stato e di governo. Solo lei, per forza e visione, e come vertice di una narrazione, poteva svolgere una tale opera di mediazione e rasserenamento, poteva attutire la botta dell’azzardo referendario britannico.

E MENO MALE CHE CI SONO GLI STATI UNITI

Per carità, non c’è solo il paradigma euro-tedesco, e non è blindato. C’è un dibattito aperto tra Cdu e Spd, su Putin, sui diritti civili, sul North Stream 2 che rischia di aumentare la dipendenza dal gas russo, come ha indicato lo stesso Oettinger ad Amburgo. Inoltre, in ambito difesa e sicurezza il clima è per il momento poco euro-tedesco. Lo sarà forse in futuro, e va infatti rammentato che non furono i ministri britannico o italiano ad accompagnare il ministro degli esteri francese Jean-Marc Ayrault nei paesi francofoni sub-sahariani dall’1 al 3 maggio 2016, ma il collega Frank-Walter Steinmeier.
La Germania non detiene poi un dominio imperiale. Nelle circostanze delle sanzioni alla Russia, pur riottosa, è stata aiutata a ridurre il suo surplus nelle esportazioni, causa d’instabilità per un’Europa già in bilico. La Germania infatti ha perso quasi 14 miliardi di euro di esportazioni verso la Russia tra il 2013 e il 2015 rispetto per esempio ai 3,6 miliardi dell’Italia, secondo uno studio reso noto il 12 ottobre dal Graduate Institute di Ginevra.
D’altra parte, il 18 ottobre, Barack Obama e l’amministrazione statunitense hanno festeggiato non la Germania, ma l’Italia, facendone simbolo di politiche espansive rispetto a quelle restrittive alla Wolfgang Schäuble, fonti di rabbie e populismi europei.
Soltanto che, accidenti, le elezioni americane dell’otto novembre cambieranno certamente qualcosa, e bisognerà vedere come andrà a finire, anche negli equilibri europei.

L’euro-Germania di Günther Oettinger e gli sbuffi anti Berlino a Bruxelles

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