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Ormai senza avversari, Donald Trump vince le primarie repubblicane nello Stato di Washington, all’estremo Nord-Ovest dell’Unione, con oltre i tre quarti dei voti espressi. Anche se conquisterà tutti i 44 delegati in palio, Trump resterà di una ventina al di sotto della soglia dei 1237 necessari per ottenere la garanzia aritmetica della nomination: sarò cosa fatta il 7 giugno, quando ci saranno le primarie in California e in una manciata di altri Stati.

Fra i democratici, vince Hillary Clinton con il 54 per cento dei suffragi, ma è un successo solo politico, che le può essere utile ad allentare la pressione del suo rivale Bernie Sanders, perché non ci sono delegati in palio: quelli dello Stato di Washington sono stati assegnati con le assemblee di partito svoltesi a marzo, dove il senatore del Vermont era andato meglio dell’ex first lady, incamerandone 74 contro 27.

Mentre si votava nel Nord-Ovest, Trump è stato al centro di tensioni e proteste durante un comizio ad Albuquerque, nel New Mexico: un gruppo di manifestanti ha sfondato i cordoni di polizia all’esterno, costringendo gli agenti in tenuta anti-sommossa a intervenire per bloccare loro l’accesso. I contestatori esponevano striscioni con le scritte “Trump è un fascista” e “Ne abbiamo abbastanza” e hanno bruciato t-shirt con lo sloga di Trump “Make America Great Again”: sono volati sassi, sarebbero stati usati lacrimogeni e gas urticanti – ma la polizia nega –, ci sono stati alcuni arresti. Nessuna conferma delle voci di spari all’esterno del comizio, circolate sui social.

All’interno, il magnate è stato ripetutamente interrotto durante il suo intervento dagli oppositori, che hanno gridato e mostrato cartelli di protesta. Trump, com’è suo solito, li ha derisi, trattandoli da bambini, mentre i suoi sostenitori cantavano “costruiremo il muro”, quello che lo showman vuole erigere al confine col Messico. Alla fine, Trump ha potuto lasciare senza problemi la sede del comizio, raggiungendo Los Angeles.

Anche Hillary Clinton ha avuto la sua dose di contestazioni, durante un comizio all’Università di California di Riverside: cinque donne che protestavano sono state allontanate dal servizio di sicurezza.

TRA CLINTON E SANDERS, DISTENSIONE E SCINTILLE

Nel duello tra la Clinton e Sanders, si registrano segnali contraddittori: i due hanno concordato col partito una nuova ripartizione dei membri della commissione che deve scrivere la piattaforma per la convention di luglio. L’ex first lady ne ha scelti sei, il senatore cinque, fra cui un attivista per i diritti dei palestinesi. La distribuzione è stata fatta sulla base dei voti popolari ottenuti dai due candidati nelle primarie. Altri quattro membri sono stati nominati da Debbie Wasserman Schultz, la presidente del comitato nazionale del partito, che nei giorni scorsi era stata accusata da Sanders di favorire Hillary. In base alle regole, la presidente avrebbe avuto diritto di nominare tutti i 15 membri.

Se questo appare un atto di distensione, c’è invece tensione fra i due rivali per il no della Clinton alla richiesta di Sanders di un dibattito in tv, sulla Fox, prima delle primarie in California: l’ex first lady ha spiegato di volersi concentrare su Trump, che sarà suo avversario l’8 Novembre nell’Election Day; quasi per ripicca, il senatore (“deluso”, ma non “sorpreso” dal no al dibattito) ha allora chiesto la riconta dei voti nel Kentucky, dove, la scorsa settimana, Hillary vinse le primarie d’un soffio.

Trump vince nello Stato di Washington, ma è contestato in New Mexico

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