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Il 18 novembre intervenendo alla trasmissione “Power Lunch” della CNBC, James Stavridis, ammiraglio ex Comandante supremo della Nato, ha detto che il futuro Consigliere per la Sicurezza nazionale americano, Michael Flynn (scelto dal presidente eletto Donald Trump in quello stesso giorno), potrebbe ricoprire “gli angoli più bui della presidenza” e spostare la prossima amministrazione verso “l’adozione di un atteggiamento molto molto aggressivo, very hard-power, anti-Islam”. Stavridis aveva fatto un commento analogo il 10 novembre, sempre alla NBC: “È un gruppo di persone eclettico” diceva a proposito dei papali top manager nel settore Difesa, Sicurezza Nazionale ed Esteri della futura Casa Bianca guidata da Trump, insieme “polarizzeranno gli affari internazionali verso l’hard power, all’opposto del soft power”: ossia più forza militare che diplomazia.

CAPIRE L’AMMIRAGLIO

Stavridis può essere considerato di parte, ossia sulle letture della situazione potrebbe avere un peso la sua vicinanza con Hillary Clinton, la sconfitta democratica: a inizio luglio fonti della campagna Clinton avevano raccontato al New York Times che il nome dell’ammiraglio era nell’elenco per il vice presidente da affiancare a Hillary. Ma Stavridis è anche uno che conosce Flynn, visto che nell’ultimo incarico operativo del generale, la guida dell’intelligence dell’Isaf (la forza Nato in Afghanistan), era sotto il suo comando.

L’ADDIO ALLA DIA

Nel 2014 Flynn ha rilasciato un’importante intervista al sito Breaking Defense, rilanciata in questi giorni, ma uscita il giorno prima delle sue dimissioni da direttore della Defense Intalligence Agency, l’agenzia di intelligence militare. Flynn s’è dimesso con un anno di anticipo perché entrato in contrasto con l’amministrazione Obama, che ne aveva proposto la nomina, e con il Director of National Intelligence James Clapper, ma soprattutto perché aveva avuto pressioni in quanto non era stato in grado di gestire adeguatamente la struttura mentre voleva riformarla a suo modo. In una mail hackerata e pubblicata dal sito DCLeaks.com  (più volte usato durante la campagna elettorale da hacker, forse russi, per pubblicare informazioni imbarazzanti sui contender di Trump), l’ex segretario di Stato americano Colin Powell ha definito Flynn un “matto di destra” e spiegava al suo interlocutore di aver parlato col successore del generale alla DIA e di avergli chiesto le ragioni che avevano portato Flynn fuori dall’agenzia: era eccessivamente duro con il personale, “non ascoltava”, “ha lavorato contro la politica”, ha avuto una “cattiva gestione”, le risposte (una gestione “caotica” scrisse il Washington Post).

IL RISCHIO DERIVA

Una delle posizioni più note sostenute da Flynn e ripetute anche durante l’intervista realizzata da James Kitfield per il sito specializzato sulle questioni di Difesa, riguarda la crescita della minaccia terroristica; lo stesso Flynn dice che una delle ragioni per cui la politica del governo-Obama l’ha abbandonato era questa sua schiettezza. In quell’anno, quando al Security Forum Aspen gli è stato chiesto se gli Stati Uniti erano più sicuri dalla minaccia terroristica rispetto a prima al 9/11, aveva risposto di no, sollevando polemiche sul suo allarmismo. Ai tempi ancora non era cominciata la stagione delle stragi dello Stato islamico in giro per il mondo, ma Flynn parlava già dell’intenzione di attaccare gli interessi occidentali di alcuni gruppi jihadisti, dell’afflusso di combattenti stranieri verso Siria e Iraq e degli sforzi che l’agenzia che aveva diretto stava compiendo per comprenderne le rotte, del fatto che i gruppi combattenti erano più disciplinati e meglio organizzati e che combatterli sarebbe durato un decennio, era critico contro la strategia della decapitazione (ossia le azioni mirate, tanto amate da Obama, per eliminare i leader terroristici). Parlava del “jihad perpetuo” come ideologia. “Ho fisicamente interrogato alcuni di questi [jihadisti], e ho avuto l’opportunità di sentirli parlare delle loro organizzazioni e credenze. Queste sono persone che hanno un sistema di credenze molto radicato che è difficile da comprendere per gli americani. Basti pensare alla mentalità di un attentatore suicida”. Ora i critici temono che queste analisi, che si sono rivelate giuste, rischino però di diventare la base per una generalizzazione in cui non si distingue l’Islam dalle sue radicalizzazioni: e il rischio è legato al comportamento lunatico con cui chi lo conosce descrive Flynn – “è un coglione” (“a jerk”), “mi chiedo come sia arrivato così in alto nell’esercito”, diceva sempre Powell su Flynn in un’altra mail hackerata, scambiata con Harlan Ullman, il presidente del gruppo Killowen.

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michael flynn

Tutte le tesi di Michael Flynn

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