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“Entro i prossimi due anni avremo collaboratori basati sull’intelligenza artificiale integrati in tutte le piattaforme analitiche dell’agenzia”. A dirlo è Michael Ellis, vicedirettore della Cia. L’annuncio è storico. L’IA svolgerà un ruolo centrale nelle operazioni, a cominciare dall’analisi, dalla raccolta dati e dalla traduzione. Si tratterà, insomma, di “una sorta di versione riservata dell’IA generativa che aiuterà i nostri analisti nelle attività di base”.

È un passo in avanti notevole rispetto al passato. Un diktat che arriva direttamente dalla Casa Bianca, intenzionata a integrare l’IA nelle varie agenzie. La tecnologia non sempre è stata vista dall’intelligence come uno strumento d’aiuto. “Può ostacolare la missione, perché le tecnologie emergenti rappresentano contemporaneamente un punto di forza e vulnerabilità”, si legge sul sito. Lo dimostrano proprio i casi recenti di Anhtropic e OpenAI, che hanno deciso di non rilasciare i loro ultimi modelli perché considerati troppo potenti e quindi troppo rischiosi se finissero nelle mani sbagliate. Ma è un pericolo che esiste ed esisterà sempre. La tecnologia, soprattutto con l’avvento dell’IA, può provocare danni inestimabili e allo stesso tempo essere una risorsa insostituibile. “Ciò che normalmente avrebbe richiesto settimane o addirittura mesi di analisi preliminare – continua l’agenzia – ora può essere esaminato in una frazione del tempo. […] Questa è la sfida, e al contempo la promessa, della tecnologia digitale”.

La Cia ha testato oltre 300 progetti di IA. Nello specifico, la sua integrazione nelle attività può garantire la formulazione di giudizi fondamentali, verificare le conclusioni e intercettare le informazioni all’estero, per studiare le attività militari, politiche ed economiche dei rivali. Con una precondizione, che Ellis tiene a sottolineare: “Saranno gli esseri umani a prendere le decisioni chiave”.

Il motivo per cui l’IA viene adottata in questo momento è sempre lo stesso: la Cina. “Cinque o dieci anni fa”, aggiunge il vicedirettore, “era ben lontana dagli Stati Uniti in termini di innovazione tecnologica. Oggi la situazione è completamente diversa”. Il dominio tech di Washington è sotto stress, sfidato dalla continua emersione di strumenti a basso costo ma ugualmente competitivi sviluppati da Pechino. Il divario tra le due superpotenze si è assottigliato, seppur gli americani mantengano un discreto vantaggio soprattutto sul know-how, un aspetto centrale. Il pericolo principale rappresentato dalla Cina riguarda le attività di hacking. Per questo, in risposta, la Cia ha ampliato il suo Center for Cyber Intelligence, che sovrintende le operazioni di spionaggio dell’agenzia condotte al di fuori dei confini nazionali.

Su un altro punto Ellis è stato perentorio: “Non verrà permesso alle aziende private di dettare come e quando la Cia farà un uso lecito delle loro tecnologie”. Pur senza nominarlo, è naturale a chi fosse rivolto il messaggio. Alle varie Big Tech, ovvio, ma soprattutto alla ribelle Anthropic, bandita (forse) dal Pentagono dopo essersi rifiutata di acconsentire l’utilizzo del suo Claude per attività di sorveglianza di massa e per sparare senza consenso umano. Queste lamentele a quanto pare non verranno più tollerate.

Intelligenza artificiale e sicurezza nazionale. La svolta strategica della Cia

L’agenzia ha deciso di accogliere il diktat della Casa Bianca e di adottare l’intelligenza artificiale nelle sue attività di base. E quindi formulazione di giudizi fondamentali, verifica delle conclusioni e intercettazione delle informazioni all’estero. Le decisioni chiave, però, resteranno in capo all’uomo

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