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Il TTIP non si farà, e neppure il CETA gode di ottima salute. Tempi duri per i trattati commerciali di libero scambio dell’Ue: ancora questa settimana gli sherpa europei e degli Stati Uniti si incontreranno a Bruxelles per il quattordicesimo round di negoziati. L’obiettivo resta giungere a un testo di massima entro l’estate, per provare a realizzare l’intesa fra le due sponde dell’Atlantico prima della fine dell’amministrazione Obama. Speranze vane: persino alla Casa Bianca non ci credono più. Con plateale amarezza, non ci crede più neppure Carlo Calenda, ministro allo Sviluppo economico del governo Renzi, che ha parlato a tutto campo delle sfide che attendono l’Italia e l’Ue alla presentazione del rapporto finale del Global Outlook dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), il programma sulla politica economica mondiale diretto dall’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, oggi vicepresidente del think tank romano.

“È molto difficile che il TTIP passi: sarà una sconfitta per tutti”. Ma Calenda è ancora più adirato per la sorte che è stata riservata “a un accordo perfetto, negoziato per otto anni”. Quello con il Canada. E la responsabilità, stavolta, è tutta di Bruxelles, che ha mancato di coraggio: la ratifica del trattato commerciale con Ottawa, infatti, sarà “appesa al voto negativo anche di un solo Parlamento nazionale dell’Ue”. Una circostanza inaccettabile – nelle parole del responsabile dello Sviluppo economico – quando la procedura di approvazione vede già coinvolte le istituzioni europee e non presenta deficit democratici. “La governance Ue così concepita oggi non regge più. E non perché la Commissione non funzioni, ma perché abbiamo una sorta di alleanza con una platea di 28 Stati membri, ciascuno dei quali ha un governo di coalizione. Fin qui, il lavoro del livello nazionale è stato dire di volta in volta ‘fermi tutti, non voglio cedere sovranità!’”. E per una volta, la Commissione europea se lo dice da sola – insiste Calenda -: il CETA (“un trattato siglato con il Canada – C-a-n-a-d-a! -, non gli oscuri Stati Uniti”) dovrà passare per la ratifica delle assemblee parlamentari dei Ventotto, a fronte del (discusso) riconoscimento della natura mista Ue/nazionale delle sue disposizioni.

Quello del ruolo ipertrofico delle capitali è solo una parte del problema dell’Ue, ma sta diventando sempre più grande, continua il ministro, che per poco più di un mese quest’anno è stato anche alla guida della Rappresentanza italiana presso l’Ue, a Bruxelles, entrando a stretto contatto con ambienti con cui era già familiare ai tempi del portafoglio del Commercio internazionale. Bene l’ambizione “federalista, che si parli di più Europa, di un’Ue attore della globalizzazione… ma poi mi si viene magari a dire (a Montecitorio, ndr) di vincolare l’approvazione dei trattati commerciali persino a una consultazione online!”.

La ramanzina alla Commissione, tuttavia, non si traduce in critiche all’azione del suo presidente Jean-Claude Juncker (che pure non si sono risparmiate in seno ad altri governi): “Si è dimostrato un presidente innovativo, attivo e sensibile alle questioni sociali”. Se la Commissione non manda in soffitta l’atteggiamento remissivo nei confronti dei governi e non torna a esercitare un ruolo di leadership, tuttavia, non si va lontano: e la diretta conseguenza sarà la fine dell’Ue.

Calenda mette da parte l’agenda dei sogni e indica la via maestra che deve imboccare un’Ue acciaccata in cerca di uno slancio dopo il referendum britannico. Sprint che va ricondotto in due direzioni: “Occorre pensare alla dimensione esterna, e quindi al bisogno di sicurezza dei cittadini che solo l’Europa può garantire, e agli investimenti pubblici e privati, vero motore dell’equità sociale. Io sono un federalista, ma non faremo l’Europa federale domattina; il ciclo elettorale non lo consente”. Tanto vale continuare a procedere per piccoli, ma sensati, passi.

In questa cornice, cosa deve fare l’Italia? Roma deve continuare a “fare quello che, con lungimiranza, avevamo già deciso negli anni scorsi, e cioè guardare agli Usa, perché è un mercato stabile, come quello canadese”; il naufragio del TTIP, da par suo, “renderà più complicata l’apertura a mercati nuovi e interessanti, come Colombia, Cile e Perù”, mentre ci sono ancora difficoltà “per tornare a fare affari nell’Iran del dopo sanzioni”.

Al nostro Paese, ha aggiunto Calenda, occorre poi fare un salto di fase, possibile “solo con investimenti privati e incentivi pubblici” (anche se prima dovrà in qualche modo arrivare a un punto fermo l’opera di ricognizione e razionalizzazione che Enrico Bondi sta conducendo per conto del ministero di via Veneto). A Roma serve “una guida responsabile, decisa a non consegnare il Paese alla follia nazionalista da una parte e alla fuga dalla realtà dall’altra”.

© Iai

Ttip, Ceta e governance Ue. Pensieri (e bacchettate) di Carlo Calenda

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