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Non cosa racconta la propaganda russa, quanto come arriva a raccontarlo. È da questa distinzione che parte Crisis, Control, Crusade: Russia’s Propaganda Architecture, il nuovo rapporto preparato e pubblicato dal Nato Strategic Communications Centre of Excellence di Riga. Il documento, pubblicato nell’agosto 2026, precisa peraltro che le analisi contenute non rappresentano le opinioni o le politiche della Nato.

La tesi di fondo è meno lineare di quanto possa suggerire l’immagine tradizionale della “macchina propagandistica” del Cremlino. Il sistema informativo russo descritto dai ricercatori non è né monolitico né onnipotente. È diventato, piuttosto, un ecosistema adattivo e segmentato, che nelle fasi di incertezza tollera contraddizioni, ritardi e una certa pluralità di versioni, prima di ricondurle entro una cornice più stabile. La sua resilienza, osservano gli autori, dipende meno dalla coerenza ideologica dei singoli messaggi che dalla capacità di governare l’incertezza e mantenerla entro confini politicamente gestibili.

Lo studio prende in esame quindici mesi, dal gennaio 2024 al marzo 2025, e passa al setaccio circa 3,13 milioni di contenuti: 24.749 articoli pubblicati sui siti delle istituzioni russe, 1.224 trasmissioni televisive e 1,86 milioni di messaggi provenienti da 414 canali Telegram. A questi si aggiunge un dataset comparativo di circa 1,25 milioni di contenuti provenienti da media indipendenti e piattaforme social di 22 Paesi.

Le prime diciotto ore

Il modello individuato dagli analisti viene riassunto in tre parole: Crisis, Control, Crusade.

Davanti a un evento inatteso, nella prima fase il sistema perde temporaneamente compattezza. Le informazioni sono incomplete, le fonti ufficiali procedono con cautela e nei canali meno controllati cominciano a circolare ipotesi differenti. È precisamente qui, sostiene il rapporto, che emerge uno dei punti deboli dell’architettura russa.

L’offensiva ucraina nella regione di Kursk dell’agosto 2024 è il caso più evidente. Secondo l’analisi, i media statali impiegarono circa sette ore prima di riconoscere l’incursione, mentre per una comunicazione coordinata a livello del Cremlino ne occorsero diciotto. In quel lasso di tempo erano soprattutto i canali regionali e Telegram a riempire il vuoto informativo.

Poi arriva il “controllo”. Tra le 18 e le 72 ore le diverse versioni vengono progressivamente ricomposte: i siti istituzionali stabiliscono la linea di riferimento, la televisione fornisce una lettura emotiva dell’accaduto e Telegram la diffonde, la sperimenta e la adatta alle differenti platee. Superata questa fase, si entra nella “crociata”: l’episodio contingente viene inserito nella rappresentazione di uno scontro morale e storico tra la Russia e i suoi avversari.

Il processo operativo che sostiene questa sequenza viene descritto con un secondo acronimo, DTCA: Delay, Test, Consolidate, Amplify. Prima il ritardo necessario al coordinamento; poi la sperimentazione delle diverse spiegazioni; quindi il consolidamento della più utile; infine l’amplificazione attraverso ripetizione e intensificazione emotiva.

Il laboratorio Telegram

I siti del Cremlino, dei ministeri e delle altre istituzioni fissano la versione dotata di autorità formale. Sono più lenti, hanno un linguaggio tecnico e calibrato e, proprio per questo, risentono dei tempi necessari per verifiche e approvazioni. La televisione svolge invece soprattutto una funzione emotiva: attribuisce significato agli avvenimenti, costruisce categorie morali, traduce la politica in un racconto accessibile a una platea più ampia.

Telegram è un’altra cosa ancora. Il rapporto lo definisce, di fatto, il sistema nervoso centrale di questa architettura: è veloce, segmenta il pubblico e soprattutto permette di provare le narrazioni prima che queste diventino ufficiali. Canali apparentemente indipendenti finiscono spesso per rilanciare, a breve distanza di tempo, impostazioni molto simili. Ne risulta una combinazione singolare: decentralizzazione apparente e forte sincronizzazione dei contenuti.

Il sistema è dunque meno verticale rispetto ai primi anni della guerra. Telegram, blogger militari e media regionali non si limitano più a ripetere una linea già decisa. Possono anticiparla, proporre letture concorrenti e costringere successivamente la comunicazione ufficiale a scegliere quali incorporare. Per il Cremlino è un vantaggio, perché consente di sperimentare senza impegnarsi immediatamente su una singola spiegazione, e una vulnerabilità, perché nelle crisi improvvise aumenta la distanza tra centro e periferia del sistema.

La pace e il fattore Trump

Un altro capitolo riguarda la rappresentazione delle possibili trattative di pace e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

La conclusione degli autori è netta ma circoscritta al periodo preso in esame, che si conclude nel marzo 2025. La crescente presenza della parola “pace” nella comunicazione russa non viene interpretata come il segnale di una preparazione dell’opinione pubblica a un compromesso. Le condizioni poste da Mosca restano sostanzialmente immutate e il negoziato viene descritto come possibile solo entro parametri compatibili con gli obiettivi militari e geopolitici russi.

Trump entra in questa costruzione come acceleratore narrativo, più che come elemento capace di modificarne la struttura. I media russi selezionano gli aspetti della sua retorica utili a rafforzare l’idea di un Occidente stanco, diviso e meno disposto a sostenere a lungo Kyiv, mentre gli elementi meno compatibili con questa lettura ricevono minore attenzione.

Per il rapporto, insomma, il discorso sulla pace svolge soprattutto una funzione interna: permette al sistema di conservare elasticità e di presentare sviluppi diplomatici anche molto differenti tra loro senza mettere in discussione il quadro generale.

Il 9 maggio non è soltanto memoria

C’è poi l’uso politico della memoria.

L’analisi del Giorno della Vittoria del 9 maggio mostra quanto la memoria della Seconda guerra mondiale sia ormai integrata nella comunicazione sulla guerra in Ucraina. Il passato diventa un’infrastruttura narrativa permanente, dentro la quale gli avvenimenti contemporanei possono essere immediatamente collocati.

I discorsi presidenziali, le comunicazioni parlamentari, i media regionali e le celebrazioni locali riproducono temi ricorrenti – sacrificio, continuità generazionale, unità, difesa della patria – fondendo il ricordo del 1945 con la rappresentazione del conflitto attuale.

Telegram porta poi questa struttura nel quotidiano. Un attacco avvenuto durante le celebrazioni può essere rapidamente assorbito nella cornice preesistente: non soltanto un episodio militare, ma la conferma della continuità tra il nemico di ieri e quello di oggi. È questo, per gli analisti, a rendere la memoria storica più resistente di una semplice notizia falsa: poggia su sentimenti reali e radicati, ai quali viene assegnato un significato politico contemporaneo.

Le perdite che non devono sommarsi

Forse la parte meno evidente del rapporto riguarda Tuva e Buriazia, due repubbliche della Federazione Russa particolarmente esposte ai costi umani della guerra.

Qui la propaganda si concentra sui caduti, che vengono ricordati, celebrati, raccontati. In Buriazia sono frequenti necrologi, cerimonie, racconti di sacrificio, aiuti alle famiglie e benefici riservati ai combattenti. La partecipazione alla guerra entra così nella normalità della comunità locale. A Tuva il linguaggio è più indiretto: meno enfasi esplicita sulla mobilitazione, più richiami al dovere, alla solidarietà, alla tradizione e all’onore degli antenati.

Strategie differenti per arrivare allo stesso risultato? Le perdite restano individuali e locali, non vengono trasformate in un dato cumulativo capace di mettere in evidenza la sproporzione del sacrificio imposto ad alcune regioni. Il rapporto la definisce “containment without aggregation”: riconoscere senza sommare, consentire il lutto senza trasformarlo in una questione politica nazionale.

Quando la guerra diventa routine

Dopo oltre tre anni di conflitto, cambia infine il modo stesso in cui la guerra viene raccontata. Nel marzo 2025, osservano gli analisti del Nato Stratcom, molti canali regionali legati al fronte di Kursk avevano ormai adottato un linguaggio standardizzato: allarmi, cessati allarmi, attività della contraerea, istruzioni. La guerra entra nella comunicazione amministrativa quotidiana. Allo stesso tempo, le giustificazioni più legate all’emergenza lasciano progressivamente spazio a concetti come difesa, fede e dovere.

È una normalizzazione che riduce la pressione sul sistema propagandistico, ma che contiene anche un rischio. Una guerra trasformata in missione permanente può essere più facile da amministrare nel breve periodo; nel lungo, avverte il rapporto, espone alla stanchezza e all’erosione della capacità di mobilitazione.

Ed è forse qui che si trova la conclusione più utile dello studio. Il Cremlino non dispone di un apparato informativo senza crepe. Dispone, invece, di una struttura che ha imparato a convivere con quelle crepe, sfruttando ritardi, ambiguità e attori semi-autonomi per adattare il racconto prima di consolidarlo. Il passaggio più significativo individuato dal Nato StratCom CoE è proprio questo: dalla ricerca di una disciplina assoluta della narrazione alla gestione delle emozioni e dell’incertezza. Paura, risentimento, rassegnazione e superiorità morale possono tenere insieme il quadro anche quando i singoli messaggi non coincidono perfettamente.

Telegram, tv e memoria storica. Come funziona la propaganda russa secondo la Nato

Non una macchina perfettamente centralizzata, ma un sistema capace di assorbire gli shock, sperimentare diverse letture degli eventi e ricomporle in una narrazione coerente. Un nuovo studio del Nato Strategic Communications Centre of Excellence ricostruisce l’architettura della propaganda interna russa, dal ruolo di Telegram alla gestione delle perdite, passando per Kursk, l’attacco al Crocus City Hall, il 9 maggio e il ritorno di Donald Trump

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