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Mentre Donald Trump s’appresta ad annunciare d’avere ormai raggiunto quota 1237 delegati, cioè la maggioranza assoluta di quelli in palio, necessari per la garanzia aritmetica della nomination repubblicana, la decisione del senatore del Vermont Bernie Sanders di restare in corsa contro Hillary Clinton, nonostante non abbia più speranze di ottenere la nomination democratica, si rivela sempre più dannosa per l’ex first lady: da una parte, le impedisce di concentrare l’attenzione e le spese contro Trump; dall’altra, ne evidenzia le debolezza.

L’aggressività di Sanders, più popolare della sua rivale fra i giovani, le donne e i bianchi, condiziona Hillary, che deve condurre una campagna strabica, preoccupata di rintuzzare gli attacchi da destra e populisti di Trump, l’arcinemico,  ma anche quelli da sinistra e liberal del compagno di squadra.

Così, mentre Trump appare sulla cresta dell’onda e trasforma in voti dell’anti-politica anche le gaffe e le volgarità, la Clinton è ora sulla difensiva nei confronti di Sanders anche in California, dove fino a qualche tempo fa aveva un vantaggio nettissimo. Secondo un sondaggio del Public Policy Institute, l’ex first lady è avanti di appena due punti, 46 per cento a 44 per cento, tra i probabili elettori democratici, in vista delle primarie del 7 giugno.

In realtà, a Hillary basta aggiudicarsi meno della metà dei delegati del Golden State per raggiungere a sua volta la certezza aritmetica della nomination democratica, ma è chiaro che un’altra sconfitta, nello Stato più popoloso dell’Unione, minerebbe ulteriormente la sua credibilità e la sua solidità.

Sanders, del resto, non le dà tregua, nonostante il partito non nasconda il nervosismo (ma il senatore, che si autodefinisce “socialista”, agisce da indipendente). Parlando a San Bernardino, in California, s’è presentato come l’uomo giusto per battere Donald Trump, che – ha detto – “non diventerà presidente”. Il senatore sta girando la California in lungo e in largo e sostiene: “Abbiamo l’energia e l’entusiasmo per vincere”.

In un’intervista alla Ap, Sanders, che ha sfidato Hillary a un ennesimo dibattito, che l’ex first lady non ha accettato, prevede che la convention democratica di Filadelfia a fine luglio possa diventare un “caos”, perché “la democrazia non è sempre cordiale, tranquilla e gentile”: “La democrazia è caos. Ogni giorno, la mia vita è caos – “mess”, in inglese –. “Se volete che tutto sia tranquillo e ordinato, che le cose procedano senza un dibattito vigoroso, questa non è democrazia”.

Il senatore ha condannato i disordini e la violenza dei suoi sostenitori alla convention del Nevada, ma ha aggiunto che la sua campagna accoglie i nuovi arrivati, gente che partecipa per la prima volta a riunioni politiche. Il partito democratico – ha ammonito – deve scegliere se diventare più inclusivo o mantenere lo status quo: “Se prenderanno la decisione giusta e apriranno le porte a lavoratori e giovani e creeranno il genere di dinamismo di cui ha bisogno il partito, ci sarà caos”.

A imbarazzare (un po’) Hillary, c’è anche la notizia che il governatore democratico della Virginia Terry McAuliffe, un “clintoniano di ferro”, è indagato per la sospetta violazione delle leggi federali sul finanziamento delle campagne elettorali. L’indagine, fatta da Fbi e Dipartimento della Giustizia, riguarda l’elezione a governatore di McAuliffe, ma al vaglio degli investigatori c’è anche, secondo la Cnn, il periodo in cui il politico era nella Clinton Global Initiative, legata alla Fondazione Clinton creata dall’ex presidente Bill Clinton e dall’ex first lady.

Trump fa bingo, Sanders azzoppa Hillary stando in corsa

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