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Il conflitto esploso tra Israele, Stati Uniti e Iran ha riaperto in Europa una discussione tardiva: molti invocano il diritto internazionale e temono conseguenze imprevedibili. Preoccupazioni legittime, ma che arrivano quando la crisi è già deflagrata. Per anni infatti si sono ignorati segnali evidenti di una destabilizzazione progressiva del Medio Oriente. L’Iran ha costruito nel tempo una rete di milizie e alleanze armate che attraversa l’intera regione. Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi nello Yemen sono stati sostenuti con armi, finanziamenti e addestramento. L’obiettivo dichiarato non è mai stato nascosto: circondare Israele e distruggerlo, logorare gli Stati dell’area attraverso conflitti indiretti e permanenti.

A Gaza questa strategia è diventata evidente. Hamas ha accumulato arsenali sempre più sofisticati e ha trasformato il sottosuolo della Striscia in una infrastruttura militare fatta di tunnel, depositi e postazioni di lancio persino sotto scuole ed ospedali. Parte delle risorse proveniva anche da fondi europei destinati alla popolazione civile e ai rifugiati. La comunità internazionale ha spesso preferito non vedere la trasformazione di aiuti umanitari in strumenti di guerra. Situazioni analoghe si sono verificate altrove. Nel sud del Libano la risoluzione Onu 1701 avrebbe dovuto impedire il riarmo di Hezbollah. Eppure nel tempo sono stati costruiti tunnel, basi e rampe missilistiche sotto gli occhi delle missioni internazionali.

Nello stesso periodo il sistema internazionale mostrava altre fratture: l’invasione russa della Crimea e poi di tutta l’Ucraina, l’instabilità africana alimentata da milizie legate a Mosca, il crescente confronto tra potenze globali. In questo contesto il diritto internazionale è stato invocato spesso, ma applicato raramente. La verità è che l’ordine costruito dopo la Seconda guerra mondiale non riesce più a governare le crisi. L’Onu appare paralizzata dai veti delle grandi potenze e le istituzioni multilaterali faticano a prevenire i conflitti. Le norme esistono, ma manca una forza diffusa capace di difenderle con coerenza.

Per l’Europa questa constatazione dovrebbe trasformarsi in scelta strategica. Un continente che possiede ricchezza economica, tradizione giuridica e cultura democratica non può restare un attore marginale. Senza unità politica continuerà a essere un gigante economico ma un nano geopolitico. Il passo necessario è la nascita di una vera Europa federale: politica estera unica, difesa comune, autonomia industriale ed energetica, capacità diplomatica autonoma. Solo così l’Europa potrà contribuire a ristabilire un ordine internazionale fondato su diritto e libertà.

Anche in Italia questa consapevolezza deve tradursi in iniziativa politica. Occorre costruire un rassemblement nazionale che riunisca tutte le forze disponibili a sostenere subito la federazione europea. Un’alleanza che respinga il populismo nelle politiche di bilancio e nel welfare e che escluda qualsiasi finanziamento o legame con potenze straniere, soprattutto autoritarie. Tali potenze collaborano tra loro per far fallire l’Europa anche con l’aiuto dei loro cavalli di Troia.

Così l’Europa può ristabilire un ordine internazionale fondato su diritto e libertà. L'opinione di Bonanni

La verità è che l’ordine costruito dopo la Seconda guerra mondiale non riesce più a governare le crisi. L’Onu appare paralizzata dai veti delle grandi potenze e le istituzioni multilaterali faticano a prevenire i conflitti. Le norme esistono, ma manca una forza diffusa capace di difenderle con coerenza. Per questo occorre costruire un rassemblement nazionale che riunisca tutte le forze disponibili a sostenere subito la federazione europea. La riflessione di Raffaele Bonanni

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