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La formula era quasi obbligata: va tutto bene, nessun problema. Vladimir Putin ha scelto di aprire la sua conferenza stampa di fine anno affermando che due anni e mezzo di guerra mossa contro l’Ucraina non hanno piegato l’economia della Federazione. Anzi. Gli obiettivi del Cremlino sono prossimi dall’essere raggiunti. “L’economia russa è stabile, malgrado le minacce esterne. Il Pil è cresciuto di circa l’8% in due anni, negli Stati Uniti è del 5-6%, nell’eurozona è dell’1%. Nella principale economia dell’eurozona, la Germania, è dello 0% e sembra che sarà dello 0% anche l’anno prossimo”. E ancora, “l’anno scorso, come sapete, abbiamo avuto una crescita economica del 3,6%, quest’anno sarà del 3,9% e forse anche del 4%”.

Un libro dei sogni, se non altro perché le cose stanno molto diversamente. Tanto per cominciare, i numeri indicati da Putin sulla crescita, a prescindere dalle percentuali, poggiano quasi esclusivamente sulla domanda di armamenti, dando quindi la cifra di un’economia dopata e non reale. Se è vero, poi, che il prossimo anno la Russia crescerà del 4%, allora è altrettanto vero quello relativo all’inflazione, che fa segnare l’8,9%, un record assoluto per l’ex Urss. E deve essere altrettanto vero, allora, il valore dei tassi di interesse imposti dalla Bank of Russia e ormai prossimi al 23%.

Volendo tirare le somme, tutto questo significa una cosa. E cioè che dal Cremlino possono anche sbandierare una crescita al 4%, la cui consistenza, al netto della componente bellica, è tutta da verificare. Ma imprese e famiglie russe oggi pagano i generi alimentari fino a quattro volte due anni fa, oltre a essere impossibilitati a chiedere un prestito in banca, visto il costo del denaro alle stelle. E chissà se è un caso che a Mosca si susseguano all’ordine del giorno i furti di burro e patate, da parte di cittadini che non hanno soldi per comprarli.

C’è dell’altro. Appare evidente che il Cremlino sappia come stanno le cose realmente. Se da un lato Mosca continua infatti a ribadire che le sanzioni hanno reso l’economia più forte, dall’altro chiede la fine della muraglia di misure restrittive imposte dall’Occidente. E se il settore bellico prospera, quello imprenditoriale arranca e si lamenta. Per i prestiti diventati inaccessibili, debolezza del rublo e aumento della spesa pubblica, ora molte aziende russe rischiano la bancarotta. Tutto questo mentre gli Stati Uniti stanno valutando l’imposizione di ulteriori sanzioni alle petroliere della famosa flotta ombra, non escludendo di prendere di mira nuovamente anche le banche cinesi se si scoprisse che sono coinvolte nello sforzo bellico della Russia. E anche questa è realtà.

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