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S’è svolta oggi, mercoledì 20 aprile, la riunione del Consiglio Nato-Russia, camera di comunicazione continua tra i due grandi gruppi di alleanze strategiche, interrotta da due anni come conseguenza dell’annessione della Crimea da parte di Mosca.

I DOSSIER SUL TAVOLO

Sul tavolo dossier che riguardano la crisi ucraina (considerata dalla portavoce dell’organizzazione Oana Lungescu “top list”) e quella siriana. La Nato ha sottolineato come la situazione nell’est ucraino sia in fase di stallo e la guerra, in un’ambigua fase di cessate il fuoco militare (tuttavia spesso violato), è ancora in corso sotto forma di pressioni politiche ed economiche di Mosca su Kiev. Nel frattempo, i morti in totale sono oltre 9 mila. In Siria, poi, la Russia non ha effettivamente abbandonato il regime, come riportato in un approfondito report dell’Atlantic Council uscito una decina di giorni fa, ma anzi sembra sempre più presente alle spalle dei lealisti (anche attraverso accordi con l’altro alleato forte di Bashar el Assad, l’Iran). Si è parlato anche di Afghanistan, interesse comune: la situazione nel Paese è tornata ad essere critica (il grande attentato di martedì al centro di Kabul è solo uno dei sintomi), con il governo che cerca un dialogo con i talebani, ma i ribelli sono divisi in fazioni in competizione e alzano per questo il livello dello scontro. Altro argomento: evitare incidenti militari pericolosi. Le manovre russe sono in corso da diverso tempo, sconfinamenti aerei di bombardieri strategici, sottomarini e unità navali che tagliano i mari del nord europeo senza autorizzazioni, provocazioni di vario genere; la settimana scorsa le ultime vicende, in ordine cronologico: un Su24 Fencer russo in volo radente a soli 9 metri dalla cabina del cacciatorpediniere americano “Donald Cook” sul Baltico, dove due giorni dopo un Su27 Flanker è passato da sopra a sotto in volo rovesciato ad un ricognitore americano KC135.

MIGLIORERANNO LE RELAZIONI?

Manovre già definite “poco professionali e sicure” dal segretario generale della Nato Jens Stolteberg, condannate nell’incontro da lui presieduto a Bruxelles, al quartier generale dell’Alleanza Atlantica, davanti a 28 delegati dei paesi membri dell’alleanza e l’inviato di Mosca Alexander Grushko. I russi temono l’interessamento Nato (e dunque occidentale) per l’Europa orientale, per questo cercano il contrasto, anche attraverso metodi forti e provocatori, ma allo stesso tempo hanno scatenato una corsa all’armamento dei Paesi europei confinanti (nazioni baltiche, Romania, Polonia), dove gli Stati Uniti stanno pensando anche all’installazione di uno scudo missilistico. “Non vedo alcuna possibilità per un miglioramento qualitativo delle nostre relazioni, se la Nato continua il suo percorso di deterrenza e di pianificazione militare”, ha dichiarato Grushko: i russi considerano gli accumuli militari nel Baltico ingiustificati, e continuano a pensare che la Nato stia utilizzando la crisi ucraina come un pretesto per cambiare i rapporti con Mosca. Ma allo stesso tempo il Cremlino ha ordinato l’aumento delle presenza militare nella base di Kaliningrad, exclave russa tra Polonia e Lituania. Giulia Paravicini su Politico scrive che “l’unico segno di ravvicinamento” tra le due realtà strategiche, “è il fatto che si stanno parlando” di nuovo: come ha spiegato un funzionario Nato alla giornalista italiana, la collaborazione pratica “stay on ice“, è sul ghiaccio, ossia congelata e allo stesso tempo su un terreno scivoloso (in cui i rapporti potrebbero peggiorare facilmente e velocemente: metti che quel Su24 sul Baltico avesse sbagliato manovra, per esempio).

DIPLOMAZIA: VITTORIA RUSSA?

In un editoriale per l’inglese Independent, Mary Dejevski, esperta di Russia (da dove ha fatto anche la corrispondente), scrive che sotto certi aspetti l’incontro è una vittoria di Mosca, che si riaccredita all’Occidente, nonostante tutto; ossia, l’Ucraina, la Siria, i missili S300 agli iraniani, le provocazioni. I russi avevano lanciato segnali di acquiescenza nei confronti di nuove aperture, se non altro formali, in due occasioni: una già febbraio, con lo speech insolitamente conciliante dell’ambasciatore Grushko al Royal United Services Institute, tempio del militarismo intellettuale inglese; la seconda in un altro intervento simile, a inizio marzo, sempre a Londra, alla Catham House (altro importantissimo think tank inglese), di Igor Ivanov, ex ministro degli Esteri russo. A fine marzo il segretario di Stato americano John Kerry era volato a Mosca in visita ufficiale: una canale bilaterale chiuso anche quello negli ultimi due anni, e riaperto in questo momento.

NON SI TORNA INDIETRO

Comunicazione sì, cooperazione no, almeno per adesso. Il segretario della Nato Stoltenberg, parlando in un press point a margine dell’incontro, ha detto che c’è tutto l’interesse a mantenere aperto il canale politico, “necessario e utile in un momento di tensione”, tuttavia questo non significherà che i rapporti torneranno come prima: ci sono “profondi disaccordi” ha detto. La Nato ha ribadito la propria “fermezza” nel sostenere la sovranità territoriale ucraina e nel non riconoscere l’annessione della Crimea alla Russia, sottolineando che è “inquietante” il ritmo sempre più alto delle violazioni del cessate il fuoco in Ucraina e gli attacchi ai funzionari Osce inviati. Per questo ha chiesto un’implementazione degli accordi di Minsk (su cui la tregua ucraina si regge), affidando la responsabilità di quel che sarà a Mosca. La Nato vuole che la Russia sia un’honest broker: Dmitry Peskov, il portavoce del Cremlino, ha commentato che la “diffidenza” tra Nato e Russia sarà difficilmente superata.

Martedì il comandante della forza navale americana in Europa, l’ammiraglio Mark Ferguson, parlando da Napoli (dove ha sede il comando della Sesta Flotta), ha rivelato alla CNN di essere molto preoccupato per la nuova panoplia sottomarina russa, più forte, più silenziosa, meglio armata e meglio gestita, delle precedenti, che si aggira con ritmi senza precedenti tra Scandinavia, Scozia, Mare del Nord e scende anche verso il Mediterraneo. La preoccupazione di Ferguson: è più difficile da tracciarne i movimenti (a proposito di controllarsi e fiducia).

 

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