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Prosegue intensa l’agenda Ue sulla Difesa, tra il G7 per la Difesa, riunioni del Council working party nel processo legislativo dell’Edip, audizioni al Parlamento europeo, elaborazione di 8 progetti flagship per la difesa sviluppabili come Industrial projects of common european interest. In vista del summit informale di Budapest di novembre, alla Commissione europea sono richieste con urgenza nuove soluzioni finanziarie per rafforzare la capacità produttiva dell’industria della difesa. In parallelo sono continue le preoccupazioni di Borrell (“We are roughly at 67 billion euros. However, about 80% of this defence investment is done outside the European Union”) e della Commissione riguardo all’eccessiva dipendenza europea da equipaggiamenti esteri; l’obiettivo dell’Ue è acquistare almeno il 50% di beni e servizi per la difesa in Europa. Tale obiettivo si basa su uno studio dell’Iris dove è evidenziato come nei 18 mesi tra il 2022 e metà 2023 la gran parte degli acquisti per la difesa dei Paesi Ue, su un totale di circa 100 miliardi di euro sia stato realizzato per l’80% fuori dall’Unione, soprattutto negli Usa. La Commissione sostiene che questa percentuale era 60% prima del conflitto in Ucraina. 

Ma questi dati sono veramente validi? È noto che l’Ue, in carenza di analisi interne, si affida a fonti esterne che non sempre convergono, le metodologie sono differenziate, i dati sono parziali. Dubbi sull’analisi e sui dati percentuali forniti dalla Commissione sono stati espressi da autorevoli fonti indipendenti in Europa come l’International institute for strategic studies (Iiss) e il think tank Bruegel. In realtà, i dati degli anni più vicini risentono del conflitto in Ucraina, che ha portato ad una significativa crescita delle spese per la difesa per rispondere a necessità capacitive urgenti e di riempimento degli stock, in parte finanziati dai nuovi strumenti Ue. Secondo l’Iiss, “ci sono buone ragioni per un reassessment” dell’obiettivo Ue di un procurement del 50% da realizzarsi con fornitori europei nel 2030, perché questo sarebbe già superato. Anche per Bruegel i dati sarebbero da rivedere, e stima un livello di dipendenza Ue dall’estero inferiore al 10%.

Sempre l’Iiss sostiene che nel triennio 2022-2024, su 180 miliardi di dollari di procurement europeo, il 52% riguarda acquisti nella Ue. Questo dato non sorprende. Si tratta di volumi molto elevati e diversi rispetto agli anni 2000-2020 quando, come riportato da fonti europee, statunitensi e francesi, l’import dagli Usa era mediamente intorno ai 5 miliardi l’anno, con una quota di dipendenza Ue dagli Usa del 15%. Al di là delle differenze, sicuramente l’import dagli Usa sta registrando un notevole incremento come rispecchiato dai dati Fms, pari a 173,4 miliardi di dollari dal 2022 a oggi. 

Il Sipri, che utilizza una propria metodologia, stima che l’import militare dei Paesi europei è quasi raddoppiato nel quinquennio 2019-2023 rispetto al precedente, ma includendo anche l’Ucraina. Gli acquisti negli Usa corrispondevano al 55% delle importazioni europee che ammontavano a 28 miliardi di dollari annui, rispetto al 35% negli anni 2014-2018.  Inoltre, se si confrontano i budget per investimenti 2019-2023 dell’Agenzia Europea per la Difesa (Eda) con le importazioni pubblicate dal Sipri, rispettivamente 250 e 125 miliardi di euro, si è portati a ritenere che la dipendenza estera equivarrebbe al 50%. 

Ritornando alla Commissione, che evidenzia come prima del 2021 la dipendenza estera fosse del 60%, si tratta di una comparazione di dati non omogenei relativi al procurement europeo e all’Fms americano. Un’indagine più accurata dovrebbe tener conto anche dei servizi e non solo dei beni importati. Un confronto più coerente dovrebbe includere procurement vs operations & maintenance, oppure vs maintenance outsourced di fonte Eda. La dipendenza con questo approccio sarebbe rispettivamente 50% o 40%. Occorre anche considerare i dati che riguardano l’offerta europea. I ricavi dell’industria Ue della difesa hanno raggiunto nel 2022 i 100 miliardi di euro (130 nel perimetro Nato). Considerando che di questi 100 l’export militare Ue verso enti terzi vale circa 30 miliardi l’anno, ne consegue che l’industria europea soddisfa mediamente il 70% della domanda dei Paesi europei, domanda che si esplica su più anni essendo la maggior parte degli ordini pluriennali.

Di fronte alla confusione e contraddizione tra i dati, emerge l’esigenza che la Ue si attrezzi con metodi di valutazione solidi per ottenere una migliore comprensione della realtà. È senz’altro nell’interesse della Ue cogliere questa opportunità per produrre dati più attendibili a supporto di una reale autonomia strategica. Nel ricomporre un quadro più certo, a parte i dati, emerge la necessità di misure concrete per ridurre la dipendenza europea tramite nuove cooperazioni e l’efficientamento del comparto industriale in Europa.

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