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La “guerra dei dazi” non è una novità: c’è sempre stata, e anche gli Stati Uniti furono tra i primi ad applicarla quando i coloni del cosiddetto Tea Party buttarono in mare le balle di tè che la Compagnia delle Indie voleva imporre loro di acquistare a dazio zero, dando inizio alla guerra di indipendenza dall’impero britannico. In epoche più recenti, invece, le tariffe sono state adottate in chiave protezionista ed autarchica allo scopo di difendere prodotti o industrie specifiche dalla concorrenza straniera. Oggi, però, la situazione è molto diversa: l’annuncio di Trump del 2 aprile va al di là della semplice guerra commerciale ma tocca l’insieme complessivo dei rapporti con gli altri Paesi (amici e non) e si pone quindi più con lo scopo di difendere il proprio Paese e i propri valori, andando al di là della semplice valenza commerciale

Quella di Trump, al di là del modo quantomeno bizzarro con cui sono stati calcolati i presunti dazi applicati dagli altri Paesi contro gli Usa, è una scommessa politica rischiosa con la quale il presidente vorrebbe imporsi come il fautore della “liberazione” dal giogo dal resto del mondo e prepararsi ad una campagna elettorale per un terzo mandato a furor di popolo al momento comunque assai improbabile. La scommessa ha una grande valenza interna. Da una parte mette in discussione tutti i suoi predecessori (sia Democratici che Repubblicani), che avevano contribuito a mettere in piedi l’attuale globalizzazione, con una grossa cesura ideologica, prendendo in mano le rivendicazioni del popolo conservatore al di là delle divisioni partitiche e ridimensionando lo stesso partito repubblicano. Dall’altra, cerca di imprimere una svolta di semplificazione politica lanciando un messaggio non solo a quelle persone che hanno votato per lui ma al ceto medio in generale che ha subito gli effetti negativi della globalizzazione e si aspetta un ritorno in termini di ricostruzione delle fabbriche e di creazione di posti di lavoro.

L’impressione è che questa scommessa, se posta in questi termini così radicali, sembra destinata a fallire, come hanno subito dimostrato i mercati finanziari e le reazioni degli altri Paesi. Il brusco calo della borsa americana (e non solo) non ha semplicemente fatto perdere miliardi ai sostenitori più vicini a Trump, ma ha repentinamente impoverito milioni di pensionati americani che solitamente investono i loro risparmi in fondi azionari. Una diminuzione del valore di questi fondi significa una drastica diminuzione della loro pensione e difficilmente vedrà migliorare la propria condizione economica. L’altro aspetto limitativo di questa scommessa è che vengono chiamati (erroneamente) reciproci, immaginando che la prima mossa sia già stata fatta dai “cattivi” nel resto del mondo, quando in realtà secondo chi è stato colpito (Ue in primis) è stato Trump a fare la prima mossa: dunque la reciprocità deve ancora arrivare, con il rischio di scatenare un’escalation che porterebbe a una spirale distruttiva per l’economia globale.

Si confermerà quindi che i dazi sono uno strumento desueto in una economia mondiale ormai indissolubilmente interconnessa: pensiamo ad esempio ai componenti delle auto o a quelle dell’aeronautica come la costruzione del Boeing 787 assemblato a Seattle ma composto da parti che provengono da almeno 13 Paesi (compresa l’Italia con Leonardo che ne produce la fusoliera a Grottaglie). Questa spinta autarchica avrà sicuramente effetti inflattivi che si ripercuoteranno in particolare sulle classi meno abbienti, proprio quelle che Trump dice di voler proteggere. Ed è tanto più una misura obsoleta perché ormai lo scambio delle merci è solo una parte dell’economia, alla quale vanno aggiunte i costi dei trasporti e della logistica, senza contare che la terziarizzazione delle economie avanzate ha raggiunto ormai percentuali estremamente elevate.

Sembra dunque improbabile che la grande scommessa di Trump possa portare risultati e che sarà dunque costretto a negoziare e rivedere le proprie posizioni iniziali. Ecco perché l’Ue, che è il partner commerciale di gran lunga più importante, non dovrebbe lanciarsi a testa bassa nella guerra dei dazi, ma rivedere in ottica più completa tutti i rapporti con gli Usa (compresi i servizi e l’industria della Difesa) senza perdere la calma aspettando che questa enorme scossa tellurica data da Trump, dopo le scosse secondarie quali il crollo della Borsa, possa riprendere un equilibrio che ci consenta di tornare a rapporti più sereni con il nostro più grande alleato. Questo ci consentirà nel frattempo di migliorare anche i rapporti interni all’Ue in termini di fluidità degli scambi, dandoci una sveglia salutare per rimuovere finalmente le barriere interne che hanno limitato per troppo tempo lo sviluppo del mercato interno. Fino a poco tempo fa si parlava dell’Ue come “fortezza Europa” mentre noi, Paesi trasformatori con meno materie prime, ci siamo resi conto prima degli Usa che le fortezze possono portare solo momentaneo sollievo ma poi povertà.

Quel che è certo è che nel breve periodo questa situazione scatenerà confusione, causando molte cause giudiziarie interne al Paese ma anche in campo internazionale presso l’Organizzazione Mondiale per il Commercio ed altri sedi di tutela dei Trattati internazionale sia per l’applicazione dei singoli dazi sia per la protezione dei prodotti italiani dai forti rischi di contraffazione (cosiddetto “Italian sounding”) sia infine per ottenere prevedibili deroghe frutto del negoziato che come Ue e singolarmente avvieranno nell’immediato futuro. Potrebbero esserci anche controversie interne all’Ue per l’erogazione di sussidi a produttori locali da parte di alcuni Stati che finirebbero per distorcere il level playing field e la concorrenza. Insomma, anche un prevedibile caos di natura giudiziaria nel quale solo i grandi studi legali attrezzati a livello internazionale potranno svolgere un ruolo di protezione e di rilievo.

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