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A poche settimane dall’insediamento di Donald Trump, il segretario di Stato uscente, Antony Blinken, torna in Medio Oriente per la dodicesima volta, con un obiettivo tanto ambizioso quanto improbabile: ottenere una tregua tra Israele e Hamas nella devastata Striscia di Gaza. Il viaggio del segretario si colloca in un momento in cui l’amministrazione Biden cerca disperatamente di lasciare un segno positivo in una regione che si è trasformata, durante il suo mandato, in un mosaico di conflitti e instabilità. Il cessate il fuoco sarebbe un successo simbolico, perché è il quadro generale a marcare la legacy: ma nonostante questa consapevolezza, come lo stesso Joe Biden aveva annunciato, il tentativo è uno sforzo di non lasciarsi andare all’inazione. Anche perché c’è un elettorato scontento, anche per come il supporto a Israele in questo anno di guerra è stato portato avanti. E quell’elettorato tra due anni sarà chiamato a votare per il MidTerm, occasione con cui i Democratici vorranno sfilare aliquote di potere istituzionale a Trump, conquistando il Congresso e complicando l’azione di governo (ottenendone frutti per la successiva campagna elettorale, tra quattro anni).

E poi c’è un’ambizione personale per Biden. Nonostante gli sforzi, il governo di Benjamin Netanyahu difficilmente concederà una vittoria simbolica a Biden, specialmente a ridosso del passaggio di potere alla nuova amministrazione. La tregua, se arriverà, sarà probabilmente negoziata sotto l’egida di Trump, sia per analogia di visioni politiche, sia perché Israele vorrà trovare una forma di gestione condivisa per i prossimi quattro anni. Questo scenario evidenzia una dura realtà: l’amministrazione Biden, che aveva iniziato con la promessa di portare distensione e stabilità, lascia invece un Medio Oriente in fiamme e sempre più imprevedibile.

Il viaggio di Blinken si è concentrato principalmente su Gaza, dove la brutale guerra tra Israele e Hamas ha causato qualcosa come 50.000 vittime (soprattutto tra i palestinesi) e una crisi umanitaria senza precedenti. Gli Stati Uniti sperano in un cessate il fuoco che includa il rilascio degli ostaggi di Hamas, uno scambio di prigionieri e l’ingresso di aiuti umanitari, ma il contesto attuale rende improbabile un accordo immediato. Il bombardamento del campo profughi di Nuseirat mentre il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan incontrava il presidente Isaac Herzog ne è una prova lampante, smentendo qualsiasi ottimismo sulle intenzioni israeliane di interrompere il conflitto.

Parallelamente, Blinken tenta di affrontare la complessa transizione post-Assad in Siria dialogando con un alleato complicato: la Turchia. Il collasso del regime ha aperto la strada a una coalizione di ribelli islamisti dalle intenzioni poco chiare, creando ulteriore instabilità. Qui Recep Tayyp Erdogan esce da vincitore del più problematico e internazionalizzato conflitto mediorientale, in grado di segnare le dinamiche delle relazioni regionali e non per oltre un decennio. Ora la questione curda si aggiunge a questo quadro complesso: le milizie del Rojava sostenute dagli Stati Uniti, cruciali nella lotta contro l’IS, si trovano ora sotto attacco da parte delle forze filo-turche. Ankara, preoccupata dalle aspirazioni autonomiste curde, sta consolidando la sua presenza nella regione, con azioni che rischiano di compromettere ulteriormente il fragile equilibrio.

Israele, nel frattempo, è parte attiva anche su questo dossier: ha inviato truppe nel sud della Siria per “ragioni di sicurezza”, aumentando il rischio di una presenza prolungata sul territorio e infiammando nuovamente il fascicolo conteso del Golan. Questa mossa, ufficialmente temporanea, potrebbe diventare un elemento di ulteriore destabilizzazione nel processo di transizione, complicando maggiormente i negoziati regionali.

Il viaggio di Blinken e Sullivan mette dunque in evidenza l’eredità complessa dell’amministrazione Biden. Nonostante gli iniziali sforzi per promuovere un approccio multilaterale e distensivo, la regione è oggi attraversata da tensioni crescenti, probabilmente più gravi di quelle che Biden aveva trovato nel momento della sua Inauguration: la guerra a Gaza e la tregua instabile al sud del Libano, il collasso del regime siriano, l’instabilità nell’Indo-Mediterraneo alimentata dai ribelli Houthi sono guerre combattute; le ambizioni turche e israeliane, le ansietà del Golfo, l’insofferenza israeliana, la competizione tra potenze sono altri macro-fattori sensibili.

Questa escalation di conflitti dimostra il fallimento delle ambizioni iniziali di Biden e pone le basi per una sfida ancora più grande per la prossima amministrazione. Trump erediterà un Medio Oriente caotico, in cui i margini per nuove iniziative diplomatiche saranno estremamente ridotti.

Il suo arrivo alla Casa Bianca rappresenta un’incognita fondamentale per il futuro della regione. Da un lato, la sua vicinanza a Israele fa presagire un’ulteriore polarizzazione nel conflitto con Hamas. Dall’altro, la sua retorica transazionale potrebbe portare a un disimpegno dagli scenari più complessi, come la questione curda in Siria. Le milizie curde, già tradite nel 2018 quando Trump ordinò il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria settentrionale, temono una ripetizione di quel tradimento.

Questo contesto crea un quadro in cui attori come Israele e la Turchia potrebbero sentirsi incoraggiati ad agire unilateralmente, rendendo ancora più difficile ristabilire un ordine generale. Allo stesso tempo, altri partner cruciali degli Stati Uniti, come Emirati, Arabia Saudita e Qatar rischiano di trovarsi a disagio. È in corso un rimodellamento delle dinamiche regionali, su cui il peso americano è destinato a essere determinante — a maggior ragione se quel peso non ci sarà, per volontà strategico-pragmatiche di disimpegno.

(Foto: X, @SecBlinken)

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