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Ieri, 1° aprile 2025, è stato registrato un nuovo picco di tensione nello Stretto di Taiwan. Pechino ha avviato un’operazione militare su vasta scala nelle acque e nei cieli attorno all’isola, Secondo i dati provvisori forniti dal ministero della Difesa di Taipei, l’Esercito popolare di liberazione ha schierato 71 aerei militari e 19 unità navali, tra cui mezzi da guerra, navi della Guardia Costiera e la portaerei Shandong, impegnata in esercitazioni nelle vicinanze di rotte strategiche. Più di dieci navi si sono spinte fino alla zona contigua, a meno di 44 chilometri dalla costa, secondo fonti militari taiwanesi. Il monitoraggio delle operazioni, attivo per un arco di 24 ore tra lunedì e martedì mattina, ha confermato una presenza navale cinese costante attorno all’isola. Le esercitazioni, condotte senza alcun preavviso, hanno coinvolto anche reparti terrestri, aerei e missilistici. Il Palazzo presidenziale di Taipei ha condannato duramente quella che ha definito una provocazione militare palese, sottolineando come simili azioni minino la stabilità non solo nello Stretto di Taiwan, ma anche nell’intera area indo-pacifica, dove si sono registrate attività militari cinesi anche in prossimità di Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Corea del Sud, Filippine e nel Mar Cinese Meridionale.

L’operazione ha coinvolto diversi rami delle forze armate cinesi in un’azione coordinata, volta a simulare uno scenario di isolamento totale dell’isola. Una dimostrazione di forza che, oltre a proiettare capacità operative sempre più raffinate — frutto di investimenti crescenti in difesa — mira a inviare un messaggio diretto a Taipei e indiretto a Washington.

Le esercitazioni, oltre a minacciare simbolicamente la sicurezza di Taiwan, sembrano indirizzate anche agli Stati Uniti, che hanno recentemente intensificato la cooperazione militare con i principali partner asiatici. La visita del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, accompagnata da nuovi impegni strategici con Giappone e Filippine, ha contribuito ad acuire le tensioni con Pechino.

Nel frattempo, il governo taiwanese ha condannato con fermezza le manovre cinesi, definendole una provocazione che destabilizza l’equilibrio regionale. Il presidente Lai Ching-te ha ribadito che il futuro dell’isola può essere deciso soltanto dalla sua popolazione, respingendo ogni pressione dall’esterno.

Ma non è solo sul piano militare che Taiwan deve difendersi. A preoccupare sempre di più è la penetrazione cinese all’interno delle istituzioni dell’isola. Negli ultimi anni, i casi di spionaggio collegati a Pechino sono aumentati in modo significativo, colpendo in particolare l’ambito militare.

Uno degli episodi più rilevanti ha portato alla condanna di quattro ex militari, tre dei quali erano assegnati alla sicurezza del palazzo presidenziale. Secondo le autorità, i condannati avrebbero trasmesso materiale riservato alla Cina, fotografando documenti sensibili con i cellulari in cambio di compensi di entità contenuta. Il fatto che persone impiegate in ruoli tanto delicati abbiano ceduto per somme irrisorie ha acceso i riflettori su carenze strutturali e sullo stato morale delle forze armate. Nel solo 2024, decine di inchieste per spionaggio hanno coinvolto personale militare in servizio e in pensione. Una situazione che evidenzia come la minaccia esterna trovi spesso terreno fertile anche all’interno, mettendo in discussione l’affidabilità del sistema di difesa nazionale.

Per fronteggiare la crescente esposizione dell’apparato militare, il presidente Lai ha annunciato un pacchetto di riforme volto a contrastare la porosità delle Forze Armate. Tra le proposte più discusse inserite nel pacchetto vi è la reintroduzione delle corti marziali per giudicare casi di tradimento o spionaggio da parte di militari. Una scelta che riapre ferite storiche legate al passato autoritario dell’isola, e che ha sollevato preoccupazioni per l’impatto su diritti e garanzie. Se per il governo si tratta di un deterrente necessario, molti osservatori temono un indebolimento dello stato di diritto.

Oggi Taiwan affronta una duplice minaccia: quella esterna, rappresentata da una Cina sempre più assertiva sul piano militare e diplomatico, e quella interna, alimentata da infiltrazioni, corruzione e disaffezione nelle sue strutture vitali. Il governo è chiamato a rafforzare la resilienza dello Stato non solo contro attacchi visibili, ma anche contro minacce che si insinuano nella società taiwanese. Mentre le linee rosse nello Stretto si fanno sempre più sfumate, anche il confine tra pace armata e guerra ibrida si assottiglia.

(Foto: ministro della Difesa di Taiwan)

Attorno a Taiwan il confine tra pace armata e guerra ibrida si assottiglia. Scrive Pelaggi

Ieri Pechino ha avviato un’operazione militare su vasta scala nelle acque e nei cieli attorno all’isola. Ma non è solo sul piano militare che Taipei deve difendersi. L’analisi di Stefano Pelaggi, docente della Sapienza

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