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La decisione del Movimento 5 stelle di lasciare libertà di voto sul ddl Cirinnà – decisione annunciata sul blog di Beppe Grillo in particolare per la questione contrastata della stepchild adoption – sta facendo discutere parlamentari e militanti grillini. Oggi il Fatto Quotidiano scrive che alla base della svolta di Grillo e Gianroberto Casaleggio c’è anche uno studio del centro Cise della Luiss coordinato dal politologo Roberto D’Alimonte secondo cui emerge un profilo di centro e moderato su questi temi dell’elettorato M5s. Nello studio, che Formiche.net riporta qui di seguito, si legge tra l’altro: “Il M5S si conferma un partito trasversale anche politicamente, con il 43% dei suoi elettori che si collocano al centro o che non si collocano lungo l’asse sinistra-destra (16 punti in più della media), il 36% a sinistra e il 21% a destra”.

La rilevazione semestrale sulle opinioni politiche degli italiani effettuata dal CISE per il Sole 24 Ore fotografa i cambiamenti in atto nell’opinione pubblica e offre importanti spunti di riflessione e dibattito.

Come emerso dall’articolo di Roberto D’Alimonte già pubblicato qui (link), la principale novità del sondaggio riguarda la crescita del Movimento 5 Stelle, che, non solo si conferma come il secondo partito del paese dietro al Pd con il 30,8% delle intenzioni di voto, ma risulterebbe altamente competitivo per la vittoria ad un eventuale ballottaggio anche contro il Pd.
A questo punto è opportuno chiedersi chi sono oggi gli elettori dei due maggiori partiti e in cosa si differenziano. A partire dal successo di Matteo Renzi alle elezioni europee del 2014, uno dei principali temi del dibattito pubblico ha riguardato la caratterizzazione del Pd come ‘Partito della Nazione’, capace di pescare consensi in tutti i settori della società e in tutte le aree politiche. In particolare si è ipotizzato che il Pd stesse andando verso una caratterizzazione post-ideologica, superando i confini tradizionali destra-sinistra, come già fatto dal M5S nel 2013. Ma è davvero così?

Partiamo innanzitutto dall’individuazione del profilo socio-demografico dei due partiti. Gli elettori pentastellati hanno un profilo marcatamente maschile (il 38,7% degli uomini vota il M5S contro il 23,1% delle donne). In particolare questo significa che fatti 100 gli elettori dei Cinque Stelle, 62 sono uomini. Il Pd mostra invece un profilo più femminile, dal momento che riceverebbe il 40,7% tra le donne e il 30,3% tra gli uomini. Il confronto tra i due elettorati rivela dunque l’esistenza di un gender divide: tra gli uomini il M5S è avanti di 8 punti, mentre tra le donne il Pd prevale di quasi 18 punti.

Per quanto concerne il rapporto tra età e intenzione di voto, numerose ricerche empiriche (fra cui ITANES 2013) hanno enfatizzato il profilo giovanile dell’elettorato grillino contrapposto al profilo più ‘âgé’ dell’elettorato Pd e Pdl. I nostri dati confermano che il M5S va bene tra i giovani, fra i quali è il primo partito (35,2%). Tuttavia, la novità è rappresentata dal fatto che il voto al Cinque Stelle cresce all’aumentare dell’età fino alla categoria dei 45-54enni, in cui il M5S risulta primo con quasi il doppio dei voti del secondo partito (42,3% contro il 24,5% del Pd). Nelle due classi di età più anziane, invece, il voto al partito di Grillo crolla, in linea con le analisi del passato. In particolare, tra coloro che hanno più di 65 anni, il M5S è terzo con il 13,6%, superato anche da Forza Italia. In maniera speculare il partito di Renzi risulta fortemente sovrarappresentato nelle due classi di età più anziane, raggiungendo la maggioranza assoluta dei consensi fra gli over 65. Ciò però non significa che i democratici vadano poi così male tra i giovani, dal momento che tra i 18-29enni sono appena sotto la media generale con un distacco dal M5S di meno di 3 punti. Sono quindi le coorti centrali, cioè i nati tra gli anni ‘60 e ‘70, quelle più ostili al partito del premier.

Strettamente connesso all’età è poi il dato che emerge dall’incrocio tra professione e voto. Il Pd conferma di essere il partito dei pensionati con il 57% delle preferenze in tale categoria. Inoltre, sorprendentemente, va meglio fra gli impiegati privati che fra quelli pubblici, per lungo tempo sua tradizionale constituency. Al contrario, il M5S risulta il partito più votato in tutte le categorie ‘attive’ del mondo del lavoro, con una particolare sovrarappresentazione in quelle che un tempo rappresentavano i due poli del conflitto di classe: operai e borghesia. Fra le tute blu il partito di Grillo ottiene il 46%, il doppio del Pd (23%); stessa cosa nella borghesia, dove con il 39% il M5S doppia il partito di Renzi (39% a 19%). In entrambe le categorie, non solo il Pd è fortemente sottorappresentato, ma risulta anche tallonato dalla Lega che, oltre a confermare un profilo operaio già mostrato da precedenti ricerche, sembra aver fatto breccia nella borghesia conservatrice, un tempo vicina a Berlusconi. Quest’ultimo mantiene un forte zoccolo duro soltanto tra le casalinghe (28%). Fra gli studenti, infine, si nota un quasi perfetto equilibrio tra i due partiti principali, in linea con quanto già visto rispetto al voto dei giovani. Il risultato complessivo dell’analisi del rapporto fra professione e voto rivela che il M5S è la forza politica più trasversale (o interclassista), risultando nettamente il primo partito dei lavoratori (40% contro il 24% del Pd). Al contempo, il partito di Grillo domina tra i disoccupati (38% contro il 22% del Pd).

Questa trasversalità del profilo dei Cinque Stelle emerge anche dall’incrocio con il reddito dichiarato (una novità assoluta dei sondaggi CISE): il M5S va bene nelle due classi di reddito intermedie (fra i 10.000 e i 50.000 euro di guadagno netto annuo del nucleo familiare), mentre è fortemente sottorappresentato tra i poveri e i più ricchi (categorie in cui il Pd è primo). Ulteriore curiosità riguarda il profilo degli elettori di Forza Italia, caratterizzato sempre più da marginalità sociale: il 94% di questi dichiara un reddito inferiore ai 25.000 euro.

La trasversalità del M5S è confermata poi dall’analisi del voto per zona geografica, in cui risulta il partito più ‘nazionale’, come nelle elezioni del 2013 (Emanuele 2015), mentre il Pd è relativamente più debole al Sud e nelle Isole. Completiamo il profilo socio-demografico osservando il rapporto tra istruzione e voto, che nella Seconda Repubblica ha sempre visto il centrosinistra sovrarappresentato fra i laureati mentre il centrodestra ha sempre avuto la maggioranza fra gli elettori scarsamente istruiti. Oggi la situazione è in parte smentita: se è infatti vero che tra ai laureati il Pd è nettamente il primo partito con il 38,2% dei voti seguito dal M5S con il 28,9%, è altresì vero che fra coloro che hanno al massimo la licenza elementare il Pd è il partito dominante (60%) seguito a grande distanza da Forza Italia. Il Pd dunque è sovrarappresentato in due segmenti radicalmente opposti, mentre nelle due categorie intermedie (licenza media e diploma), le più numericamente affollate, il partito di Renzi è sotto la media del campione, mentre il M5S è sovrarappresentato, soprattutto tra i diplomati (37,3%), confermando dati emersi già in passato.

Se dall’analisi del profilo socio-demografico appare chiaramente la trasversalità del M5S e la caratterizzazione del Pd verso determinati segmenti (anziani, pensionati, elettori a bassa istruzione o laureati, elettori del Centro-nord), l’analisi dell’autocollocazione politica è utile per completare il quadro offrendo ulteriori evidenze empiriche. Nonostante l’enfasi di molti commentatori su un’ipotetica mutazione genetica del partito di Renzi, gli elettori Pd mostrano una netta collocazione a sinistra (71%, 30 punti in più del totale del campione), mentre il M5S si conferma un partito trasversale anche politicamente, con il 43% dei suoi elettori che si collocano al centro o che non si collocano lungo l’asse sinistra-destra (16 punti in più della media), il 36% a sinistra e il 21% a destra.

Estratto di un’analisi più articolata che si può leggere sul sito del Cise Luiss

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