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L’utopia del Califfato sta diffondendosi in molti Paesi islamici e fra i giovani radicalizzati dell’Occidente. All’inizio di febbraio, ben 50 gruppi in 23 Paesi avevano dichiarato la loro obbedienza all’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. L’Isis dispone di 23 vilayet o province. Secondo taluni, si sarebbe trasformato in una minaccia globale, ben maggiore di quella di al-Qaeda, da cui ha tratto origine e con cui lotta per la supremazia sullo jihadismo internazionale. Non è solo un’organizzazione terroristica. È anche una insurrezionale. È un “proto-stato”, con un territorio, che amministra con indubbia capacità. Possiede un’elevata flessibilità strategica, che gli consente di adeguarsi alle circostanze.

Ha mutato progressivamente la sua strategia. Inizialmente, la priorità era l’espansione territoriale. Essa gli consentiva di dimostrare al mondo islamico anche la sua efficienza nel fornire servizi sociali alla popolazione, secondo i precetti della legge islamica e la tradizione dei “secoli d’oro” dell’Islam. I suoi successi sono valorizzati da un’efficientissima propaganda. Oggi, dall’offensiva è passato alla difensiva nel suo territorio chiave, situato in Iraq e Siria. In un anno ha perduto un quarto del territorio che aveva conquistato. Per mantenere il suo prestigio e visibilità, l’Isis sta attribuendo maggiore importanza agli attentati terroristici negli altri Paesi islamici e in Occidente, effettuati dalle reti locali o da “lupi solitari”, e all’espansione nel mondo islamico, con l’assorbimento di gruppi terroristici già esistenti e con reclutamenti di giovani radicalizzati. Ha approfittato in Medio Oriente dei contrasti fra sciiti e sunniti e, in Africa settentrionale e nel Sahel, del vuoto di potere creato dalle guerre civili.

Particolare preoccupazione ha destato il rafforzamento dell’Isis in Libia. Secondo il Pentagono disporrebbe in quel Paese di 5-6.500 miliziani, numero nettamente superiore a quello sinora accreditatagli, che si aggirava dai 2.700 ai 3.500 combattenti. Taluni sono giunti a ipotizzare che l’Isis stia spostando il baricentro delle proprie forze dalla Siria e dall’Iraq in Libia. Sirte starebbe divenendo la sua nuova capitale, al posto di Raqqa, vulnerabile all’azione dei curdi siriani e iracheni, sostenuti dai bombardamenti americani. Altri hanno ipotizzato che l’Isis voglia impossessarsi del petrolio della Libia, che diverrebbe la base per un attacco all’Europa. Questi due timori mi sembrano fantasiosi. Dalla Libia il petrolio può essere contrabbandato solo via mare, ma le coste sono bloccate dalle marine occidentali.

Un’invasione dell’Occidente è impossibile. Anche l’ipotesi di una massiccia infiltrazione di miliziani per compiere attentati mi sembra irrealistica. Infatti, è più agevole effettuarli con giovani occidentali radicalizzati. Essi possono fruire di reti locali di protezione e di supporto meglio di terroristi provenienti dall’estero.

Più concreti sono invece altri due rischi. Primo, che l’Isis si colleghi con la criminalità libica, rendendone impossibile il contrasto e ingestibile la situazione in Libia. Secondo, che destabilizzi la Tunisia, l’Algeria e l’Egitto, paesi in cui vari gruppi jihadisti hanno dichiarato l’intenzione di affiliarsi con l’Isis. Aumenterebbe il vero pericolo per l’Europa: l’enorme immigrazione dal Sud del Mediterraneo, che sta mettendo a rischio la coesione dell’Ue e forse la stessa costruzione europea.

Che fare? Molti concordano sul fatto che si debba intervenire contro l’Isis in Libia per contenerne l’espansione ed evitarne il contagio nei Paesi confinanti. Finora, si è subordinato ogni intervento alla costituzione di un governo di unità libica, sufficientemente solido e legittimato a chiedere l’aiuto internazionale per mettere un po’ d’ordine nel paese. Tutti, ma sfortunatamente non i libici, sono d’accordo. I due governi di Tripoli e di Tobruk, ciascuno appoggiato dalle proprie milizie, tribali, locali e anche etniche (nelle province berbere e Tuareg), danno priorità alla lotta fra loro, non a quella contro l’Isis. Ammesso ma non concesso, che l’Onu riesca a costituire un governo unico, il problema non cambierebbe. Non è di legalità, ma di effettività. Non è pensabile che il nuovo governo venga sostenuto dalle milizie, oggi in lotta fra loro per il potere e la ricchezza. Chiedendo l’intervento straniero rischia di delegittimarsi del tutto.

L’azione contro l’Isis non va isolata dal contesto generale. La distruzione dell’Isis – impossibile senza un forte contingente terrestre – non farà cessare la lotta fra le milizie. La soluzione semi-bosniaca immaginata per il governo unico non è convincente. Comunque è in fase di stallo. Sarebbe più credibile una soluzione federale. Non si è trovato un accordo sul punto essenziale: a chi spetta il comando delle forze armate. Tobruk non vuole cedere. Ma anche se cedesse per le pressioni egiziane, le cose non cambierebbero. Ciascuna fazione cercherà di strumentalizzare l’intervento esterno a proprio vantaggio, facendo appello anche al patriottismo dei libici e al loro timore di perdere il controllo del petrolio.

Mentre l’Occidente discute, l’Isis si espande e si rafforza. Per trovare una via d’uscita, sembra che Obama stia pensando a un intervento unilaterale, escludendo però l’impiego di consistenti forze terrestri, eccetto di qualche nucleo di forze speciali. A parer mio, si cadrebbe dalla padella nella brace. Meglio sarebbe cercare il sostegno delle due milizie più forti, quelle del generale Khalifa Haftar in Cirenaica, e delle milizie di Misurata a Ovest, in modo da disporre di un minimo di forze terrestri contro l’Isis. Di certo, sono già in corso trattative segrete al riguardo. Solo con tali accordi si potrebbe evitare l’opposizione di tutti i libici all’intervento occidentale, che causerebbe solo nuovi disastri.

Cosa fare contro Isis in Libia

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