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Si sta consumando non una commedia, come verrebbe la voglia di pensare di fronte a certe cronache giornalistiche e immagini televisive, ma un autentico dramma politico e istituzionale attorno alla Corte Costituzionale. Che è ancora priva di tre dei cinque giudici di elezione parlamentare, per cui le sue udienze sono da troppo tempo al limite della legittimità. Un limite legato alla buona salute di un paio degli esponenti ancora in carica, in maggior parte nominati ormai o dal presidente della Repubblica o dalle “supreme magistrature ordinaria ed amministrative”, come dice l’articolo 134 della Costituzione.

Si è addirittura perso il conto delle votazioni andate a vuoto per quasi due anni a Camere riunite in seduta congiunta. Per la Repubblica, ad esempio, si è levata metaforicamente da Montecitorio nella tarda serata di mercoledì la ventinovesima fumata nera, per Il Messaggero la trentesima. Più prudentemente altri giornali e agenzie hanno rinunciato a numerarle.

Non parliamo poi di un altro numero, anch’esso ormai fuori controllo: quello dei candidati dei vari partiti o schieramenti bruciati nella loro corsa, vittime di veti o di infortuni, e spesso anche di oscure manovre, quali debbono essere considerate le uscite di assai dubbia casualità di notizie giudiziarie riguardanti ora l’uno ora l’altro. Si è arrivati persino a considerare una notizia giudiziaria, e a cercare di usarla come impedimento, un’intercettazione telefonica subita da un costituzionalista – Augusto Barbera, del Pd – che non risulta né indagato né tanto meno imputato.

Ideata come garanzia di larga e proficua condivisione, a tutela della terzietà dei giudici delle leggi, la maggioranza dei tre quinti del Parlamento richiesta per la loro elezione si è trasformata in motivo e occasione di paralizzanti lotte politiche. E di trattative collaterali fra partiti, gruppi, correnti e quant’altro anche per la spartizione parallela di altre cariche, riguardanti, per esempio, la Corte dei Conti, o il Consiglio di Stato. o il Consiglio Superiore della Magistratura. Dante, se gli fosse capitato di vivere di questi tempi e di scriverne, magari senza ricorrere neppure alle rime della sua Divina Commedia, non avrebbe potuto resistere alla tentazione di usare il termine e l’immagine del bordello.

Il dramma non riguarda solo la Corte Costituzionale, ormai avvolta dalle fumate nere provenienti da Montecitorio, ma si allunga – come è stato giustamente già rilevato da molte parti – sul Quirinale, d’altronde limitrofo al Palazzo della Consulta. Quella dei tre quinti, e non più della maggioranza assoluta oggi prescritta dalla Costituzione dalla quarta votazione in poi, è anche la soglia prevista dalla riforma costituzionale in corso d’opera per l’elezione parlamentare del presidente della Repubblica.

Al punto in cui sono arrivate le cose, o dove le hanno fatte arrivare i partiti, tutti, senza alcuna eccezione, anche quelli di più recente formazione e di proclamata “purezza”, può accadere che finisca per apparire ragionevole, e comunque preferibile, persino un paradosso come quello proposto dallo spiritoso costituzionalista Michele Ainis sul Corriere della Sera. Il paradosso cioè di estendere a tutti i componenti della Corte Costituzionale, con una riforma a dir poco improbabile, il sistema del sorteggio da un elenco di cittadini redatto ogni nove anni dal Parlamento per la scelta dei sedici membri aggiuntivi della stessa Corte, nel caso di giudizi d’accusa contro il presidente della Repubblica.

Peccato, per Ainis, che anche questo elenco debba essere redatto dal Parlamento “con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici ordinari” della Consulta, scegliendoli fra “cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore”. Ricadiamo insomma nelle stesse procedure alle quali vorremmo sottrarci.

Più si gira la frittata, come vedete, più se ne scopre il carattere incommestibile. E pensare che c’è ancora qualcuno, fra parlamentari in carica e presunti specialisti della materia, che considera la nostra Costituzione come “la più bella del mondo”.

Corte Costituzionale, il pasticciaccio brutto del Parlamento

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