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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo l’analisi di Gianfranco Morra apparsa su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi.

Les dieux s’en vont, Gli dei se ne vanno, anche Grillo. Di populismo, l’Italia ne ha avuto tanto, ma nessuno lo aveva espresso con tanta enfasi e con tanto successo come il comico genovese. Che ora ha deciso di mettersi da parte, vuole trasformarsi da Capo in Icona. I (più o meno) leader populisti italiani se ne sono andati quando perdevano: Mussolini fu fatto fuori, Giannini cadde dal 5,3% al 3,8, Lauro, padrone di Napoli, contava ben poco in sede nazionale, Craxi fu cacciato da «Mani pulite», Berlusconi dallo sfacelo economico del Paese, Bossi da piccole mariolerie familistiche. Grillo, invece, lascia il timone etereo proprio mentre il suo movimento è giunto al massimo del consenso e insidia il Pd nella vittoria alle elezioni.

Perché? Occorre distinguere motivi personali e ragioni politiche. Grillo le ragioni personali le ha confessate sinceramente. Comico e attore di successo, a questa attività aveva affiancato un impegno politico di forte rilevanza, creando un movimento che gravava quasi esclusivamente su di lui. Senza ch’egli ne traesse vantaggio diretto, dato che, sin dall’inizio, ha escluso ogni sua partecipazione alle istituzioni. Impolitico e ancor più antipolitico, è divenuto la novità assoluta della politica, un lucidissimo istrione nato non solo fuori, ma contro i partiti.

Con le sue sole forze, senza appoggi nei poteri forti, inviso alle caste, aveva creato un Movimento, che nel 2013 giunse al 25,55 % e ora, nei sondaggi, lo supererebbe. Dal niente, al secondo partito d’Italia. Pagando, però, un prezzo pesante, l’allontanamento della sua vera vocazione, il teatro. Ora vuole tornarci. Ha già progettato una rentrée coi fiocchi: 70 spettacoli in Italia e fuori. Anche se solo l’altro giorno ce l’ha detto, lo si era già capito quando, il 28 novembre 2014, aveva creato il direttorio.

Ma vi sono certo anche ragioni politiche. Il successo del suo movimento si basò su due colonne. Prima la consapevolezza piena dello sfacelo morale e politico del paese. Caduta la prima Repubblica dei partiti tangentisti, durante la seconda nulla è mutato e forse qualcosa anche peggiorato. Gli elettori sono sconcertati e nauseati. Con intelligenza e vivacità egli ha incarnato la inevitabile e giusta protesta degli italiani, sempre più pronti a negare che ad affermare. Grillo non attaccò solo i politici, ma tutte le corporazioni (magistrati, burocrati, giornalisti), divenute delle «cose nostre» chiuse e insaziabili. E’ stato preso sul serio, soprattutto dal ceto piccolo-borghese, il più penalizzato dalla globalizzazione. Ma quasi nulla ha proposto in positivo, insistendo sino alla esasperazione nel cannoneggiamento delle caste, per mezzo del più scatologico ed efficace linguaggio politico di sempre.

La seconda colonna fu l’uso quasi esclusivo del web, pensato come nuova forma di democrazia diretta e plebiscitaria, istantanea e personalizzata, di certo arma distruttiva dei vecchi modi di fare politica: il mezzo di comunicazione ormai predominante nelle giovani generazioni. Per un po’, questo rapporto tra il capo generoso e disinteressato e la massa dei recettori disposti all’assenso, in una democrazia dal basso che in realtà è trasmissione di ordini al popolo-recettore, ha funzionato: la Piazza contro il Palazzo. Ma anche per conquistare il Palazzo: a mano a mano che il Movimento occupava luoghi e spazi nel politico, l’unanimità entrava in crisi. Come mostrano i molti parlamentari e consiglieri che hanno abbandonato, l’assunzione da parte di alcuni di prassi familistiche e clientelistiche, i dissensi sempre più frequenti sui problemi della vita nazionale. Grillo non poteva non accorgersi che il populismo protestatario dei 5Stelle non riusciva a trasformarsi in un populismo identitario.

Delle due gambe del partito, l’ideologia e l’organizzazione, Grillo aveva inventato la seconda per mezzo del web, ma la prima, in un non-partito né di destra né di sinistra, era del tutto vaga e confusa. I princìpi del suo populismo c’erano tutti: l’eticizzazione del popolo «buono», la protesta antielitaria, l’insofferenza per le mediazioni, il controllo degli eletti, la trasparenza. Ma erano proposte polemiche e metodologiche, più che concrete e politiche. Ora nessuna formazione, anche nella nostra epoca di politica liquida, può sopravvivere, se non possiede una ideologia, anche debole, ma pur sempre capace di rispondere alle esigenze dell’ora. Giusto smascherare le menzogne altrui, ma occorre anche proclamare dei princìpi e indicare delle mete. Grande agitatore e polemista, Grillo sa di non essere l’uomo adatto per definirli.

Perduta o almeno ridotta la presenza del loro leader, il più personalizzato della nostra storia politica, divo, kerakoll e megafono, che cosa accadrà ai 5Stelle nel futuro? Il movimento rimane di proprietà di Grillo, unico titolare dei diritti d’uso, ma egli non lo vuole più gestire direttamente. Ci penserà il suo amico Casalegno? Difficile pensarlo: uomo di apparato massmediatico, lunare e freddo come il web, distaccato e scontroso per natura, non appare l’uomo capace di assumere la guida di un movimento forse confuso, ma anche vivace e passionale. Il distacco, sia pure parziale, di Grillo creerà dei problemi, proprio nel momento in cui anche l’elettorato protestatario o deluso cerca, più che cagnara e baruffe, una linea concreta capace di continuare quel recupero, che Renzi, con difficoltà, ha cominciato a realizzare. Dopo la sinistra parolaia e la destra confusa, forse un altro vantaggio per il Rottamatore.

beppe grillo, M5s, energia

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