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I dati sull’occupazione di settembre ’15, diffusi questa mattina dall’Istat ci consegnano una realtà meno rosea e lineare di quella dipinta da molti osservatori negli ultimi mesi.

Ricordando che i dati di luglio-agosto-settembre andranno rivisti quando pubblicati i dati del III trimestre, si nota che il numero degli occupati è in calo di 36mila unità, ma soprattutto preoccupa l’aumento degli inattivi, +53mila in tutto, di cui +22mila tra i giovani.

Il calo degli occupati inchioda l’Italia a un tasso di occupazione del 56,5%, ormai inferiore di 3 punti a quello spagnolo e ultimo in Europa, escludendo nazioni colpite da profonda crisi economico-sociale. Il numero di persone che lavorano nel nostro Paese resta il problema principale, sia sociale che di sostenibilità del sistema economico e di welfare. L’aumento degli inattivi non fa che aggravare una situazione preoccupante in cui solamente un terzo della popolazione ha un lavoro e deve quindi sostenere sé e altre due persone.

Curioso anche che a fronte di oltre 530mila under 24 iscritti al programma Garanzia giovani vi sia una diminuzione degli inattivi 15-24 certificata dall’Istat di solo 28mila giovani.

Il positivo calo del tasso di disoccupazione (ora all’11,8%) è limitato a uno 0,1%, e di questo passo si potrà tornare a livelli pre-crisi, se non vi saranno incidenti di percorso, intorno al 2020.

Rispetto alla tipologia di occupati non si riscontra l’attesa “rivoluzione copernicana” basata sulla “stabilità” delle nuove assunzioni, infatti nel mese di settembre si sono persi 21mila posti di lavoro a tempo indeterminato rispetto ai 4mila a termine. Su base annua poi, i contratti a tempo indeterminato crescono dell’0,8% segnando una lieve inversione di tendenza ma sempre ampiamente distaccati dall’aumento del 4,6% dei contratti a tempo determinato, che continuano ad essere di gran lunga la modalità preferenziale con la quale le imprese assumono.

Settembre sembra averci riportato alla dura realtà del mercato del lavoro italiano, dopo un momento di positivo influenzato dagli effetti (brevi) della decontribuzione e dell’occupazione stagionale estiva. Le variazioni dei tassi restano comunque nell’ordine dello 0,1% il che può far concludere che più di ogni analisi vince il fatto che la situazione è ancora di sostanziale stagnazione.

Sono stati quindi spesi 15 miliardi di euro (forse 20 secondo le nostre stime) per non incidere in alcun modo sulla vera priorità italiana, anche in termini di produttività, e cioè incrementare il numero di occupati. A fronte di 790mila contratti che hanno usufruito della decontribuzione prevista dalla legge di stabilità del 2015 sono solo 101mila i posti di lavoro in più a tempo indeterminato. Questi fondi sono stati quindi utilizzati prevalentemente per conversioni e sulla base di una idea di stabilità che manca tanto nella legge quanto nella realtà del mercato del lavoro.

A questo si aggiunga che i bilanci INPS non beneficeranno del sostegno contributivo di oltre un milione di assunzioni, con grave danno per la sostenibilità del sistema previdenziale, in un contesto demografico declinante come indicato nel nostro Libro verde su Lavoro e welfare della persona, recentemente pubblicato.

Ci auguriamo dunque che questi dati possano riportarci all’osservazione della realtà del mercato del lavoro italiano, spesso non compreso e idealizzato. Il continuo tentativo di governare la trasformazione in atto facendo finta che sia tutto come prima ricorda molto l’inutile fatica di Sisifo, sulle spalle di tutti noi.

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Di Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi

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