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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La costruzione dell’ultimo muro europeo è iniziata due giorni fa in Ungheria. Come ha annunciato il premier Viktor Orban, seicento militari sono già al lavoro per alzare una barriera di filo spinato lunga 41 chilometri al confine con la Croazia. A Budapest la definiscono “una linea di difesa preliminare”. È la seconda, dopo il muro eretto nelle scorse settimane lungo la frontiera con la Serbia. Nel frattempo il governo bulgaro ha schierato l’esercito al confine con la Turchia per prepararsi all’arrivo di nuovi profughi. E la Croazia ha chiuso tutti i valichi con la vicina Serbia, sospendendo la circolazione ferroviaria tra Belgrado e Zagabria. A Ceuta e Melilla la Spagna impedisce il passaggio dal Marocco. Nuove barriere vengono costruite tra la Grecia e la Turchia. Più a Nord qualcuno propone di costruire un muro a Calais per blindare la frontiera tra Francia e Inghilterra. È l’ennesimo confine maledetto, dove ieri un altro migrante è morto fulminato cercando di passare attraverso l’Eurotunnel.

Dal Mediterraneo alla Manica, in Europa continuano ad alzarsi barriere. Ci sono i muri di filo spinato di Orban, ma ci sono anche i muri invisibili dei permessi negati. Una vicenda incredibile e antistorica, resa ancora più inaccettabile da un’inquietante novità. Le nostre frontiere sono diventate mobili. I confini si aprono e chiudono a seconda che i nuovi arrivati siano graditi o meno. Alcuni paesi occidentali scelgono i profughi “utili” e altri come la Polonia dichiarano di volere solo i cristiani. Persino in Italia c’è chi avanza distinzioni tra migranti in base alla loro provenienza, come se un passaporto rendesse diverso il dolore di una tragedia. E spesso si tratta degli stessi partiti politici che soffiano sul fuoco della tensione per un mero tornaconto elettorale.

Davanti al dramma della guerra che spinge tanti disperati alla fuga, siamo costretti ad affrontare i fantasmi della vecchia Europa nazionalista. I paesi dell’Est respingono i rifugiati difendendo una presunta “omogeneità etnica” faticosamente raggiunta negli ultimi anni. In realtà quella identità esclusiva è fittizia, pericolosa e discriminante. Soprattutto mostra il rifiuto di una convivenza multiculturale che richiama l’Europa buia della Shoah, quando qualcuno tentò la follia di una purificazione razziale attraverso l’eliminazione dei “diversi”. Ma non è necessario andare così lontano con la memoria. I progetti di pulizia etnica che nel recente passato hanno funestato la storia dei Balcani obbedivano alla stessa logica distruttrice.

Intanto l’Europa non sembra in grado di affrontare unita questo fenomeno epocale. Il prossimo mercoledì il vertice straordinario dei capi di Stati e di governo dei 28 paesi Ue sarà dedicato proprio alla crisi dei profughi. La riunione dei ministri dell’Interno convocata il giorno prima dovrà tornare a discutere, e votare, il sistema delle quote di migranti da destinare ai paesi Ue. Ma anche questo percorso rischia di rispondere in maniera miope a una fase storica ancora sottovalutata. La soluzione al problema dei profughi non è nei muri, ma nella cooperazione tra Stati democratici. È urgente e necessario un diritto di asilo comune. Non servono quote, ma un progetto di convivenza fondato sul pluralismo.

Milena Santerini, deputata del gruppo Per l’Italia-CD e presidente dell’Alleanza parlamentare contro l’intolleranza e il razzismo presso il Consiglio d’Europa.

Immigrazione, perché serve un diritto di asilo comune in Europa

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