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Un editoriale di Philip Stephens sul Financial Times nei giorni scorsi sostiene come Donald Trump e Jeremy Corbyn siano due facce della stessa medaglia: l’emergere di una devastante spinta populista nella politica occidentale. Ora il quotidiano della City (e presto anche del Nikkei) non è certo uno di quei giornalini provinciali di casa nostra per cui tutto ciò che è reale è ragionieristico, di quelli che sostituiscono i partiti con le partite doppie e che ritengono la democrazia troppo importante per affidarla a quei cretini dei cittadini quando ci sono tanti banchieri e bancari che possono gestirla assai meglio.

No, il quotidiano londinese è una grande e sapiente istituzione e non per nulla ospita come opinioni centrali anche articoli di un Wolfgang Munchau assai poco deferente verso il conformismo tedesco dominato di tante élite europee: però al fondo le ben note pagine salmonate registrano con particolare attenzione la paura per l’evidente sfasatura tra cicli finanziari e cicli politici in corso, con tutti gli annessi cataclismi che ciò potrebbe comportare. E’ evidente infatti come gli equilibri che reggono il mondo siano al momento privi di un solido assestamento e che quindi improvvise crisi possano deflagrare in modo incontrollato ed essere moltiplicate da intrecci finanziari non proprio perfettamente registrati.

Di qui quasi un panico per ogni caso tipo Lehman Brothers, e di qui l’impegno (con tanto di ritrovate solidarietà tra Washington e una Mosca assai collaborativa) per bloccare qualsiasi possibile Grexit.

In questo contesto, nel cuore dell’intelligenza europea (che tuttora ha a Londra un punto di eccellenza) emerge l’accorato appello a non disturbare i manovratori: certo ciò avviene senza tracce di quel nostro provincialismo che auspica affannosamente un depotenziamento della democrazia, puntando piuttosto su una rinnovata funzione degli establishment (in Inghilterra ce ne sono ancora di qualità) che temperino gli scontri politici. Peraltro la questione dell’indebolimento dell’establishment con annesso sbandamento della politica, è anche punto centrale della discussione politica americana.

Vi sono elementi di vera saggezza in simili osservazioni, io credo, però, che la verità sia esattamente l’opposto di quella sostenuta da Stephens: senza una vera dialettica politica con tutte le asprezze che questa comporta, non si determina quel rapporto tra cittadini e istituzioni capace poi di fornire anche la forza adeguata per affrontare le crisi che la grande finanza inevitabilmente produce e produrrà.

L’idea che il progresso si sviluppi sull’onda di una musica da Ballo Excelsior che non vada disturbata dai popoli con i loro fastidiosi populismi, porta dritto alle trincee del 1914. I conflitti nelle nazioni o anche nelle comunità sovranazionali devono svilupparsi e devono trasformarsi in politica. Politica che è attività ahimè differente dalla tecnica bancaria; Tony Blair è stato grande anche perché la sua economia la seguiva un superpolitico come Gordon Brown, che peraltro voleva fargli (e gli fece le scarpe), e non un qualche opaco tecnico prestato da un qualche Fondo monetario internazionale.

Blair, poi, peraltro è stato un politico di particolare statura non perché si è rifiutato di incontrare le sue “Susanne Camusso” ma perché è andato al congresso delle Trade Union a far abolire dallo statuto il comma ancora in corso sull’obiettivo della collettivizzazione dei mezzi di produzione. Hillary Clinton, per tornare all’oggi, ha reali chance di vittoria non perché trova un qualche Littlegreens per isolare l’ala socialisteggiante dei democratici ma perché seleziona una serie di provvedimenti liberali per rispondere agli obiettivi progressisti (niente affatto disprezzati dalla candidata alla Casa Bianca) dell’ala radicale del suo partito. David Cameron, dalla sua, non ha vinto perché ha messo sullo stesso piano Nigel Farage ed Ed Miliband (tipo le menate sui due Mattei), ma perché ha raccolto una parte delle ragioni dell’Ukip proponendo un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea.

Proprio perché delicate trame finanziarie legano ormai tutto il mondo, diventano indispensabili istituzioni politiche saldamente legittimate dai cittadini: perché quando le cose vanno per periodi più o meno lunghi allo sbando, gli stati nazionali (o sovranazionali) hanno solo nella propria legittimità l’arma per reggere, diventando così l’unica vera alternativa al caos.
Lo spettacolo di leadership (sia pure a fine mandato) offerto da Barack Obama sull’Iran (al di là dei dubbi che si possano avere) rifulge anche perché il Congresso americano non si sdraia ai suoi piedi bensì con un serio conflitto dialettico consente la piena articolazione dell’iniziativa politica degli Stati Uniti (senza nessun imbecille che accusi i repubblicani di populismo irresponsabile perché contrastano gli accordi con Teheran) . Ed è la forza del popolo che consente a Bibi Netanyahu (ma anche all’ala più conseguentemente patriottica dei laburisti israeliani) di reggere il confronto “contro” la gran maggioranza degli Stati del mondo.

Ma senza i Trump e i Jeremy della Terra, affidandosi ai pasticci di tipo bruxellese, con personaggi esangui come Jean-Claude Juncker, o grazie all’asfissiante immobilismo della Grande bottegaia Angela Merkel, anche i saggi ammonimenti di Stephens non diventano che coperture retoriche di una realtà senza più succo destinata a un’accelerata a decadenza.
La politica, insomma, è più che mai necessaria e senza una dialettica tra radicalismo e moderatismo organizzata grazie a conflitti fisiologici, le crisi si trasformano da rotture superabili in fattori prima di decadenza e poi di disgregazione incontrollata. Se volete ragionare su una rappresentazione concreta di quest’ultima tendenza riflettete sulla socialdemocrazia tedesca (forza centrale nella politica europea e non aliena da sbandamenti: dal voto sui crediti di guerra nel 1914 ai deprimenti rapporti con la Gazprom) passata dalla guida di giganti come Brandt e Schmidt a quella di nanetti tipo Martin Schulz, l’ottuso controllore burocratico per conto di Berlino dell’Europarlamento.

Ecco perché un po' di sano conflitto politico non guasta in Europa

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