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Tanto tuonò che piovve. La volatilità dell’azionario cinese, a rimasta a lungo confinata nei mercati nazionali e affini (Hong Kong), ma mai debellata, alla fine è riuscita a contagiare l’azionario dell’area asiatica e quello globale.

Nella notte, in barba alle misure varate, l’azionario cinese è andato completamente in pezzi. Gli indici locali hanno aperto intorno al -8%, e apparentemente oltre la metà dei titoli sono stati sospesi dalle contrattazioni, parte per eccesso di ribasso, parte prima ancora di aprire. Le frenetiche misure per arrestate il crollo sono appena riuscite a far rimbalzare un po’ le parti di indici che scambiavano. I regulators hanno alzato i margini per la vendita dei futures, ordinato alle aziende statali di non vendere le partecipazioni e incrementato gli acquisti.

Un disastro del genere, che segue un -25% in poco più di un mese, non poteva non esondare, e cosi è stato. Se gli indici locali hanno chiuso con un -6% circa (ma bisogna capire come impattano sospensioni e freeze), Hong Kong ha mostrato variazioni simili, mentre il resto dei principali indici ha chiuso intorno al -3%, ad eccezione di India (-1.75%) e Australia (-2%).

A preoccupare, è l’impatto del crollo sul sistema bancario nazionale, assai esposto, e sulla traballante economia cinese, attraverso le condizioni finanziarie e il wealth effect. Dovesse il gigante asiatico deviare dal percorso di crescita stabilito dai leaders, l’intera economia mondiale ne risentirebbe. Segnali di questi timori si riflettono nel crollo delle commodities. Forte sofferenza dei settori lusso, e auto, che tanto contano sulla domanda cinese.

Oltre a ciò, abbiamo i consueti canali di propagazione degli shock. Tokyo ne è la dimostrazione. La risk adversion ha prodotto un rally dello Yen e la borsa non ha gradito. Il ritorno sotto 20.000 punti del Nikkei ha causato una cascata di stop loss.

Riguardo la Cina, sono abbastanza convinto che le autorità riusciranno ad arrestare la frana. Come noto, non si fanno troppi problemi di moral hazard quando si propongono questi obiettivi. Ad esempio, oggi il regulator ha candidamente annunciato che ai possessori di partecipazioni superiori al 5% nelle aziende quotate è vietato di venderle per 6 mesi, il che difficilmente può essere considerato dimostrazione di deregulation finanziaria.

Per quanto riguarda l’impatto sul ciclo, le autorità dispongono ancora di parecchio spazio in termini di politica monetaria e fiscale per rimettere in carreggiata il ciclo.

I problemi sono il timing, e i costi. Il primo è cruciale per capire quando Shanghai allenterà la presa sull’area e i mercati globali. Circa i secondi, è chiaro che la manipolazione dei mercati vanifica in parte gli sforzi fatti per aprirli agli investitori internazionali.

Personalmente, mi aspetto che l’entità della capitulation osservata nelle ultime ore e gli sforzi delle autorità produrranno una stabilizzazione degli indici entro le prossime 2/3 sedute.

taiwan

Così la Cina manipola i mercati per attutire la sbolla finanziaria

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