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Gli Stati Uniti trattano pubblicamente l’evoluzione dei rapporti tra Russia e Corea del Nord su due distinti livelli: da una parte quello tattico, concentrato sul supporto militare immediato e operativo, e dall’altra la dimensione strategica, che sposta il focus non tanto sulla Russia, ma piuttosto su come la Cina stia percependo e valutando questo sviluppo.

In questo contesto, il vero interrogativo riguarda infatti il coinvolgimento cinese e la sua interpretazione di un’operazione che rischia di ridefinire gli equilibri geopolitici della regione e di mandare un messaggio chiaro rispetto alle volontà operative di quello che Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine, in un saggio per Foreign Affairs, definiscono “new axis of upheaval”. Quello dei “CRINK” (come alcuni stanno definendo l’allineamento tra China, Russia, Iran e North Korea) è “uno sviluppo che sta alterando radicalmente il panorama geopolitico”, scrivono i due autori.

E in questo, la crescente collaborazione tra Russia e Corea del Nord è diventata un tema di preoccupazione primaria. I funzionari americani hanno recentemente trattato questi due aspetti principali della questione. Sul piano tattico, il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha dichiarato durante un briefing di mercoledì: “Cosa stanno facendo esattamente? Questo è da vedere. Sono cose che dobbiamo ancora chiarire”, sottolineando l’incertezza sul pieno coinvolgimento della Corea del Nord. Tuttavia, Austin ha confermato un’informazione chiave: la Corea del Nord avrebbe inviato 3.000 soldati in Russia. L’intelligence sudcoreana ha precisato che questi soldati stanno ricevendo addestramento sui droni e altre attrezzature militari prima di essere probabilmente dispiegati in Ucraina: secondo le informazioni apparterrebbero alla Undicesima Armata, unità di élite nota come “Storm Corp”.

Sul fronte strategico, la situazione solleva interrogativi su come stia reagendo l’attore chiave del CRINK, la Cina appunto. Il capo delle comunicazioni strategiche del Consiglio di Sicurezza nazionale, l’ammiraglio John Kirby, affrontando la questione da una prospettiva più ampia, alla domanda posta dalla reporter della Casa Bianca di VoA su cosa crede che pensi la Cina, partner storico di entrambi i Paesi, della decisione di Pyongyang, ha risposto che gli Stati Uniti non sono completamente sicuri, ma… “Non sappiamo come il presidente Xi (intende il leader cinese Xi Jinping, ndr) e i cinesi stiano vedendo la cosa. Si potrebbe pensare che anche loro siano profondamente preoccupati”, dice. È un’indicazione? Washington solleva il dubbio che Pechino non veda di buon occhio questo avanzamento militare tra due suoi partner? L’asse dei satrapi Putin-Kim preoccupa o imbarazza Xi?

La posizione della Cina sulla crisi ucraina è “coerente e chiara”, commenta l’ambasciata cinese a Washington sempre interrogata da VoA, molto attiva sul tema (ed è di per sé interessante visto che Voice of America è il servizio ufficiale radiotelevisivo del governo degli Stati Uniti). “Ci auguriamo che tutte le parti lavorino per la de-escalation e si impegnino per una soluzione politica”, ha aggiunto il portavoce dell’ambasciata.

La posizione della Cina sulla crisi ucraina è effettivamente coerente se messa in relazione alle sue visioni strategiche più ampie, come delineato per esempio nella Global Security Initiative. Pechino in effetti continua a invocare la diplomazia e il dialogo, però evita sistematicamente di distinguere tra aggressore e aggredito, venendo meno a uno dei principi fondamentali del diritto diplomatico internazionale, che prevede il riconoscimento di tali ruoli nelle dispute internazionali. Questa ambiguità permette alla Cina di posizionarsi comunque come un attore “neutrale”, soprattutto agli occhi di un mondo terzo, spesso identificato con il cosiddetto “Global South”, che osserva il conflitto con distacco, detestandone gli effetti ma evitandone coinvolgimento, orientato più che altro alla risoluzione rapida — costi quel che costi.

Nel suo invito alla diplomazia per risolvere la “crisi” durante la riunione dei Brics, Xi ha chiaramente ribadito che la Cina si considera un attore globale capace di mediazione, sottolineando l’importanza di non espandere il conflitto o provocare ulteriori escalation. Questo fa parte della narrativa più ampia con cui Pechino cerca di ritagliarsi un ruolo di leadership nelle risoluzioni internazionali, proiettando l’immagine di una potenza responsabile.

C’è però una profonda incoerenza nella posizione cinese. Da un lato, Pechino accusa gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Occidente in generale di alimentare la destabilizzazione internazionale, di essere irresponsabili, denunciando il loro coinvolgimento nel conflitto attraverso la fornitura di armi all’Ucraina. Dall’altro, il sostegno a Mosca (che secondo le analisi del Carnegie ammonterebbe a 300 milioni di dollari di beni dual-use esportati ogni mese) permette a Vladimir Putin di continuare il conflitto.

Ora l’alleanza de facto con Russia e Corea del Nord crea un aggravante per questa situazione. Nonostante Xi ribadisca l’amicizia e l’allineamento strategico con entrambi questi Paesi, il coinvolgimento diretto nordcoreano nel conflitto ucraino rischia di minare la credibilità della Cina come mediatore neutrale e rafforza l’incoerenza tra la retorica e l’azione pragmatica di Pechino sullo scenario globale.

D’altronde, la Cina ha mandato più di un messaggio sull’imbarazzo riguardo all’allineamento russo-coreano. Per esempio, Xi non ha definito il Nord secondo la formula canonica “paese vicino amichevole” quando ha ringraziato Kim Jong-un per gli auguri in occasione del 75esimo anniversario della Repubblica popolare cinese (il primo di ottobre è stato l’anniversario, il 9 la risposta di Xi è stata resa pubblica). Uno screzio diplomatico del genere, poco eclatante, giocato su sensibilità protocollari, era avvenuto già questa estate, quando Pechino inviò una delegazione “mid-level” per la cerimonia di celebrazione della fine della Guerra di Corea.

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