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Per la bellezza del paesaggio, l’abbondanza d’acqua e la ricchezza commerciale, i romani chiamavano “Arabia Felix” l’attuale Yemen del Nord, già sede del favoloso regno di Saba. La regione è abitata dai fedeli di una setta sciita, lo “zaydismo”, molto differente dallo sciismo iraniano. Riconosce solo cinque, anziché dodici iman. E’ moderato e teologicamente molto simile al sunnismo. La setta ha dominato il paese fino alla soppressione dell’imamato nel 1962 e la creazione della Repubblica Araba dello Yemen. Comprende, dopo l’unificazione con lo Yemen del Sud, dal 35 al 40% della popolazione yemenita. Si distingue per il suo nazionalismo ed è tra i fondatori della Lega Araba. I legami con l’Iran si sono rafforzati da quando gli Zaiditi sono stati discriminati dai governi di Sana’a, contro cui si sono più volte rivoltati. L’Iran li ha sostenuti, con armi e con qualche centinaio di soldati del Quds, il corpo speciale delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

L’unione con lo Yemen del Sud, che continua a rivendicare maggiore autonomia da Sana’a, ha reso più dinamica la competizione fra i vari raggruppamenti tribali e confessionali. La divisione del potere fra i vari gruppi è il paradigma politico dominante in tutti gli Stati, che non hanno conosciuto un processo di nazionalizzazione, avvenuto in Europa con le guerre di religione prima e la rivoluzione francese poi. Le controversie confessionali gettano benzina sul fuoco, provocano interferenze esterne e, nel caso dello Yemen, potrebbero trasformare la guerra civile in una guerra regionale.

La situazione si è complicata nel 2003, quando molti Zaiditi, contrari all’attacco americano all’Iraq, si rivoltarono contro il governo che era favorevole agli USA. Essi trovarono un leader carismatico, Hussein al-Huthi, che diresse l’insurrezione nelle montuose province del Nord-Ovest del paese. Il suo nome è stato preso dagli insorti zaiditi. Dopo la sua uccisione da parte delle forze del presidente Ali Abdullah Saleh, anch’egli uno Zaidita, la leadership del movimento passò al fratello Abdulmalik al-Huthi. Nel 2012, Saleh veniva allontanato dal potere e sostituito dal suo vice, il sunnita Abed Rabbo Marsour Hadi, che dichiarò di voler superare le divisioni del paese con la “Conferenza del Dialogo Nazionale” e con la concessione di un’elevata autonomia nelle sei regioni in cui aveva diviso il paese. Di fatto, seguì una politica centralizzatrice, favorendo le tribù a lui legate. Il movimento separatista di Aden si rafforzò. La parte centrale e orientale del paese è dominata da un gruppo che fa capo ad al-Qaeda. Gli Huthi si ribellarono, anche per istigazione dell’ex-presidente Saleh, a cui molti militari erano rimasti fedeli.

La rivolta Huthi ebbe successo. A settembre occupò Sana’a. Oggi sta attaccando Aden. Hadi prima si dimise; poi si rifugiò ad Aden; poi ancora, fuggì in Arabia Saudita, chiedendone l’appoggio contro quella che definisce una guerra per procura dell’Iran, volta a circondare l’Arabia Saudita da Sud e a provocare la rivolta delle minoranze sunnite contro le dinastie sunnite del Golfo.

Tale tesi è condivisa da Riad, frustrata dalla lunga serie di successi sciiti e molto preoccupata (come Israele) per l’intesa che sembra delinearsi fra Washington e Teheran non solo sul nucleare, ma sugli assetti geopolitici del Golfo. L’Arabia Saudita non può più contare completamente sugli USA per la propria sicurezza contro l’Iran e lo sciismo. Deve provvedervi in proprio. Lo fa utilizzando il suo prestigio di protettrice dei Luoghi Sacri dell’Islam e soprattutto le sue enormi ricchezze.

Il nuovo re saudita, Sultan, si è così fatto promotore di una grande coalizione sunnita anti-iraniana. Ne fanno parte le dinastie del Golfo (eccetto l’Oman, che ha sempre cercato di mediare fra le varie fazioni yemenite), l’Egitto, il Marocco e la Giordania. Oltre gli arabi – che nella recente riunione della Lega Araba, hanno deciso di creare una forza comune di 40.000 soldati, volta chiaramente a contenere l’Iran – fanno parte della coalizione il Pakistan e la Turchia. Gli USA si sono trovati in difficoltà. Stanno combattendo a Tikrit con le milizie sciite sostenute dall’Iran. Hanno bisogno di Teheran per uscire dal labirinto siriano. Nello Yemen dovrebbero combattere gli alleati dell’Iran. Hanno comunque deciso di sostenere Riad con l’intelligence e con la logistica, quest’ultima particolarmente importante poiché riparazioni e manutenzioni dell’aeronautica saudita sono affidate a ditte straniere. La decisione di Washington deriva certamente dalla preoccupazione che il conflitto radicalizzi i sunniti yemeniti, rafforzando al-Qaeda e aprendo, come in Libia, un vuoto di potere in cui penetrerà l’ISIS. La strategia anti-terrorismo americana nello Yemen e in Somalia – basata sulla “decapitazione” (cioè sull’uccisione dei capi dei terroristi con velivoli non pilotati) – è compromessa dal successo degli Huthi. Gli USA hanno dovuto chiudere le basi dello Yemen. Temono poi che gli Huthi chiudano lo stretto di Bab al-Mandel e quindi l’accesso a Suez. Infine, la creazione di una coalizione sunnita tanto estesa li obbligherà ad irrigidire i loro rapporti con l’Iran, rendendo più difficile un accordo sul nucleare.

Riad ha iniziato il 22 marzo a bombardare gli Huthi, soprattutto le loro difese aeree e le unità che avanzano verso Aden. L’obiettivo dichiarato da Riad è di indurli a ripiegare nel loro territorio, consentendo la costituzione di un governo che non dipenda dall’Iran. Riad minaccia poi un intervento di terra. Gli Huthi non si lasceranno intimidire. Stanno preparandosi a resistere, anche se sanno che Teheran non potrà sostenerli più di quel tanto. Gli attacchi aerei non sono sufficienti. Potrebbero aumentare l’odio degli yemeniti verso i già odiati sauditi. Un attacco terrestre nel loro montuoso territorio scatenerebbe un’invincibile guerriglia. Le operazioni militari potrebbero durare mesi. Il conflitto che oggi non è confessionale, potrebbe divenire tale e anche trasformarsi in una guerra regionale fra sciiti e sunniti. Provocherà poi un’ulteriore polarizzazione e radicalizzazione dei sunniti. Oltre al-Qaeda ne approfitterà l’ISIS, come ha fatto in Siria e in Iraq e come sta facendo in Libia. Il Califfato ha già rivendicato gli attentati alle moschee zaidite di Sana’a.

Teheran ha appoggiato la rivolta Huthi, ma non può intervenire a diretto sostegno degli Huthi. Dall’esito del conflitto in Yemen dipenderanno i futuri equilibri regionali. L’Iran non si aspettava una reazione sunnita tanto estesa e forte. Pensava forse che Obama desse priorità al mantenimento all’accordo sul nucleare rispetto alle tradizionali alleanze con le grandi potenze sunnite. Anche la scommessa fatta dai sauditi in Yemen presenta molti rischi. Senza l’occupazione del paese e la riconquista delle province occupate dagli Huthi, non potranno imporre a Sana’a un governo a loro favorevole. Se non raggiungessero tale obiettivo il loro prestigio verrebbe indebolito, mentre si rafforzerebbe quello dell’Iran e anche quello dell’ISIS.
L’unico fatto che potrebbe rendere possibile una soluzione negoziata e la limitazione del conflitto al solo Yemen è la dipendenza degli yemeniti dagli aiuti economici sauditi. L’Iran, colpito dalla crisi del petrolio e dalle sanzioni, non potrebbe sostenerne il peso. Forse l’economia giocherà un ruolo maggiore di quello dei bombardamenti nell’indurre le fazioni yemenite a un accordo accettabile per Riad. Esso riguarderà una nuova divisione del potere fra i vari gruppi. Solo così potrà essere limitato il caos in quella che una volta era l’“Arabia Felix”.

Yemen, tutti gli intrecci e le contrapposizioni

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