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Irrompe ancora una volta sulle prime pagine dei giornali il tema delle reti infrastrutturali, quelle televisive e di telecomunicazioni, sempre confinate al dibattito fra gli addetti ai lavori. Non è casuale, in questi giorni, il sovrapporsi della Opas pressocché toalitaria lanciata da Ei Towers (controllata dal gruppo Fininvest) su Rai Way e la decisione del Governo di dare attuazione alla Strategia italiana per la banda ultralarga.

C’è uno scenario di investimenti a lungo termine al cui interno si iscrivono entrambi le questioni: l’uscita dalla crisi impone strategie nuove ed investimenti conseguenti, tenendo conto delle evoluzioni tecnologiche e di quanto avviene o è già avvenuto in altri Paesi per quanto attiene alle modalità di consumo nel settore delle comunicazioni e dell’entertainement. Si cercano progetti ed investitori: il Piano Junker ed il Qe della Banca centrale europea hanno mosso enormi appetiti.

Il problema non è tanto la già acquisita convergenza tra contenuti televisivi e reti di telecomunicazioni a livello di standard digitali, quanto la effettiva disponibilità di banda ultra-larga sul territorio, ad un livello di capillarità territoriale e di accessibilità economica tali da rendere conveniente il lancio di nuovi servizi, come quello della Ip-Tv.

Parliamo della evoluzione della rete fissa di Tlc, che sfrutta le potenzialità della fibra ottica nelle diverse architetture, in funzione di una fruizione di servizi televisivi in alta definizione  su grande schermo. Il cliente-spettatore sarà in grado di scegliere, anche in Italia, in un archivio pressocché sterminato di titoli, fra film e serial, vecchi e nuovi, ed in prima visione, fruendone in tempo reale. Il passaggio è rivoluzionario: si passa da un mercato tradizionale, in cui il 20% dei contenuti editoriali fattura l’80% dei ricavi, ad uno in cui l’enorme disponibilità di contenuti disperde questa polarizzazione.

E’ tutto molto discutibile, visto che oggi anche gli operatori più famosi per operare secondo il criterio della “lunga coda”, come ad esempio Netflix, sono stati costretti a divenire essi stessi produttori di serial di successo: la coda sarà pure lunga, ma il mercato chiede un traino sempre forte e propulsivo di novità. Nel mondo dei contenuti, l’unica vera distinzione rimane tra eventi dal vivo (il calcio, innanzitutto) e contenuti a fruizione non contemporanea e ripetibile, il cui valore degrada comunque nel tempo. Quello che prevale è solo il volume complessivo dell’offerta in abbonamento: quella più ampia spiazza le altre, sempre e comunque.

Per i media italiani, giornali e periodici, i proventi sono crollati per via della crisi, con la riduzione delle vendite e del fatturato pubblicitario. La situazione è analoga nel settore televisivo a pagamento, come dimostrano i dati di Sky e di Mediaset Premium. Ciò impatta anche sul ritorno degli investimenti recenti: il lancio del digitale satellitare da parte di Sky e la transizione dall’analogico al digitale terrestre sono stati finanziati dai rispettivi operatori. Metter su, ovvero adeguare, circa cinque milioni di parabole sui tetti delle case, e digitalizzare tutto il sistema produttivo e trasmissivo, è stato un processo lungo e costoso. Lo Stato è intervenuto, nei primi tre anni, solo per finanziare l’acquisto dei decoder per il digitale terrestre, una misura contestata dalla Commissione europea in quanto escludeva i decoder satellitari.

(L’ANALISI PROSEGUE QUI)

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