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Dopo anni di tenace attesa la parità femminile è ancora lontana dall’essere realizzata e quasi si ha il pudore, forse la stanchezza, di continuare a usare un termine ormai consumato nel racconto collettivo. Un galleggiamento su antichi slogan senza troppi sussulti per le ricorrenti notizie traumatiche che provengono dal mondo e sussulti in occasione delle ricorrenze liturgiche dell’8 marzo per cercare di riparare l’inerzia delle istituzioni e di quel corpo sociale che manifesta insofferenza per le questioni poste da alcune illuminate associazioni femminili e per valorizzare qualche cespuglio di novità.

Riprendo il filo per poter sviluppare una attenta proposta della base reale su cui operiamo e sul processo che potrebbe svilupparsi da un percorso condiviso. In una società senza ordine sistemico i singoli soggetti non capiscono dove si collocano, se sopravvivono negli anfratti, soffrono sicuramente di una obbligata solitudine e il sistema secessionista prevale con comportamenti individuali e collettivi tutti segnati dalla solitudine che si aggregano in mondi che non dialogano vivendo di se stessi senza confronti esterni.

Gli organismi di parità, nati per sostenere processi di sviluppo delle politiche per l’occupabilità femminile e per contrastare le discriminazioni, oggi barbariche in virtù della situazione economica, debbono ammettere i loro limiti poiché si trovano senza mai fare alleanze tra di loro, innervati a difendere un illuso potere privo di concretezza che mal porta a corrispondere alle aspettative collettive. Vi sono grandi responsabilità degli esecutivi di governo, e altrettante delle donne che chiamate ad occupare dei ruoli istituzionali incapaci o non messe in condizioni di agire sistematicamente, si chiudono nel loro recinto illudendosi di contare qualcosa.

La politica economica a favore della questione femminile viene così confinata con un vuoto di orientamento complessivo, nella rappresentanza, nei corpi intermedi, nelle istituzioni locali, nelle stesse istanze di terziarietà, cosi per finire ad essere senza efficacia esterna e collettiva restando confinata al solo gioco atonico della politica. Vorrei incoraggiare la speranza che ci sia ancora in Italia una minoranza cittadina vitale femminile e perché no anche maschile capace di fare da traino alla ripresa prima, allo sviluppo, poi, dell’economia e del lavoro femminile, perno vitale di un sistema capace di trasmettere energia alla società.

Per realizzare questo obiettivo è fondamentale riprendere la strada di far crescere la forza emotiva e grandi desideri collettivi cercando di coinvolgere i tanti circuiti che tendono a vivere e agire prevalentemente in se stessi. Dunque la politica per le donne deve fare pulizia delle incrostazioni accumulatesi in questi anni la tentazione al settarismo al moralismo e alla sottomissione dentro al recinto femmineo come strumento politico di divisione e di delegittimazione, avere il coraggio di contrastare la invadente ipocrisia, una atonia intellettuale molto più velenosa della atonia etica.

La politica economica femminile deve riacquistare la coscienza dell’aderenza alla realtà poiché lo sviluppo si basa su protagonismi collettivi, la serietà e la sobrietà comportamentali e la competenza della materia che si tratta, non avere paura della dialettica confrontando opinioni, maturare decisioni e far crescere classi dirigenti, e ancora il coraggio di non imporre i propri pensieri ma di sollecitare gli altri a pensare e ad agire e combinare pensiero alto e contaminazione pratica può significare la promozione dell’interesse collettivo.

Senza voglia di potere, di comando, di dominanza, tipica della mala politica.

Donne trader

La questione femminile, tra economia e interesse collettivo

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