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Il cambio di scenario dopo l’uscita dell’Italia dal memorandum della Via della Seta è al centro del primo viaggio di Giorgia Meloni in Cina da quando siede a Palazzo Chigi, che si terrà dal 27 al 31 luglio. Un’opportunità per chiarire gli aspetti legati alla partnership tra i due Paesi, per stimolare relazioni commerciali inquadrate in un contesto geopolitico chiaro, così come non è stato durante il governo Conte. Così a Formiche.net il parlamentare di Fratelli d’Italia, Giangiacomo Calovini, membro della delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato e della commissione esteri della Camera.

Sotto quali auspici si svolgerà la prima visita in Cina di Giorgia Meloni premier?

Sotto la consapevolezza del fatto che stiamo vivendo in un mondo e in un contesto particolarmente complicato. L’Italia si è ritagliata, in questi due anni di governo Meloni, un ruolo di primaria importanza a livello di geopolitica e politica internazionale. È chiaro che la Cina è un attore estremamente importante, questo è innegabile, nonostante ci possano essere delle differenze di visione su tantissime tematiche. Dopo molto tempo è arrivato questo invito nei confronti del presidente Meloni e riteniamo che fosse comunque corretto andare, a maggior ragione dopo l’uscita dalla via della Seta. Anche in questo caso c’è una forte coerenza con quella che era stata una promessa fatta da parte di Giorgia Meloni in campagna elettorale.

Cosa è cambiato dall’uscita dell’Italia dal memorandum della Via della Seta?

Molto, nel senso che è cambiato il riposizionamento dell’Italia. Noi venivamo, e lo sappiamo bene, da una legislatura molto frastagliata dal punto di vista governativo che ha avuto delle conseguenze anche in politica estera. Il governo Conte 1 vedeva Mosca e Pechino di fatto come due possibili nuovi scenari di forti collaborazioni; il governo Conte 2 ha avuto un riavvicinamento alla tradizionale politica atlantista-europeista e poi il governo Draghi, che aveva riposizionato l’Italia in campo europeo e in campo atlantista pur avendo delle forze politiche che la vedevano in modo diverso. Quindi è cambiato molto, nel senso che si è posizionata l’Italia in quella che è la tradizionale politica estera dal dopoguerra in poi. Considero questo un primo dato importante. Dopodiché, pur avendo fatto rientrare l’Italia in questo contesto, siamo perfettamente consapevoli, come ho detto prima, che la Cina è un interlocutore. Tra l’altro Pechino ha ricevuto ieri il ministro degli Esteri ucraino, Dmitro Kuleba, per cercare di fare dei passi in avanti sul fronte ucraino. Inoltre è un interlocutore per quanto riguarda la questione del Pacifico ed è un interlocutore per quanto riguarda la questione economico-commerciale a livello mondiale. Quindi è chiaro che di questi tempi è meglio un dialogo in più che un dialogo in meno.

Quali gli obiettivi italiani nelle relazioni con la Cina? Il ministro Adolfo Urso ha cerchiato in rosso mobilità elettrica e tecnologia green.

Sotto l’aspetto economico-commerciale l’obiettivo è quello di un tentativo, non dico di poter pareggiare, ma quantomeno di ridimensionare il disavanzo commerciale e anche qui mi collego alla Via della Seta, con la necessità di vendere prodotti made in Italy in Cina. È oggettivamente un mercato con potenzialità importanti, ma è un mercato che oggi rappresenta percentuali minime di export italiano a fronte invece di percentuali potenziali estremamente importanti. Quindi, a fronte di tutto questo quadro, la finalità è quella di aiutare le nostre aziende affinché possano vendere i nostri prodotti in Cina. In secondo luogo bene ha fatto il ministro Urso ad andare precedentemente a porre la problematica e a sottoporla soprattutto sul tema dell’elettrico. Sappiamo bene che l’Europa ha fatto una virata importante che, ahinoi, pare essere anche confermata dalle prime settimane di vita della nuova Commissione. Di contro, siamo noi i primi a essere consapevoli delle decisioni però non possiamo pensare di fare il green soltanto con la produzione di batterie elettriche che vengono dalla Cina e di auto dalla Cina che, di fatto, andrebbero ulteriormente a mettere in difficoltà le aziende europee e le aziende italiane.

L’Italia, in quanto presidente di turno del G7, come valuta i timori degli alleati sulla proiezione estera di Pechino?

Noi siamo leader del G7. In questo momento ci stiamo coordinando, e mi pare anche molto bene, con gli altri Paesi. È stato oggettivamente un successo l’appuntamento di Borgo Egnazia, penso che questo sia innegabile e non sottolinearlo sarebbe come dire una bugia. I timori ci sono, soprattutto da parte americana, che noi ascoltiamo. Sul tavolo ci sono anche altri temi, come il posizionamento geopolitico, la vicinanza cinese nei confronti di Mosca, l’aggressione di Mosca, la tematica dell’Indo pacifico su cui l’Italia si sta ponendo finalmente con molta attenzione, cosa che precedentemente non era stata fatta. E qui mi permetto anche di citare il lavoro che fa la Commissione affari esteri della Camera con il vice presidente Formentini. Per cui non mancano molteplici tematiche che ci vengono sottoposte da altri Paesi e quindi è giusto che, come leader del G7, l’Italia le raccolga in questo vertice bilaterale.

Corretto incontrare la Cina, per commercio e dialogo globale. Parla Calovini

Meloni ha riposizionato l’Italia in quella che è la tradizionale politica estera dal dopoguerra in poi. Dopodiché siamo perfettamente consapevoli che la Cina è un interlocutore. È oggettivamente un mercato con potenzialità importanti, ma è un mercato che oggi rappresenta percentuali minime di export italiano a fronte invece di percentuali potenziali estremamente importanti. Conversazione con il deputato di FdI, membro della delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato

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