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“Le condizioni per un accordo sugli ostaggi stanno maturando”, ha detto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, durante un incontro con le famiglie dei cittadini statunitensi rapiti da Hamas nel macabro attacco del 7 ottobre – che ha aperto l’attuale stagione di guerra. Il faccia a faccia è uno degli appuntamenti che l’amministrazione di Joe Biden ha organizzato per spiegare in modo dinamico le ragioni delle pressioni che sta esercitando sul governo israeliano da mesi.

Ragioni interne, le richieste di quei cittadini e di milioni di altri che vedono le immagini tragiche della Striscia di Gaza martoriata dai bombardamenti con cui Israele ha risposto in modo esponenziale all’affronto subito, che adesso chiedono la fine della guerra.

Joe Biden è una lame duck speciale, perché non solo è in scadenza di mandato, ma nei giorni scorsi si è anche ritirato dalla corsa presidenziale e dunque Netanyahu sa che per quanto importante questa visita, tra quattro mesi le redini governative dell’alleato americano saranno in mano a qualcun altro. Ed è ovvio che il conservatore israeliano spinga e si auguri che alla Casa Bianca torni Donald Trump, considerato più permissivo e meno idealista di Biden e della già-quasi-candidata Kamala Harris. Gli incontri con il circolo repubblicano sono in cima all’agenda degli appuntamenti americani di Bibi, ma il protocollo istituzionale gli impone equilibrio. Anche perché niente è ancora deciso su Usa2024.

E allora, Harris su Netanyahu potrebbe avere una visione anche più severa del predecessore, e potrebbe già esprimerla nella comunicazione che seguirà l’incontro riservato che avrà con lui alla Casa Bianca  – d’altronde, c’è un’ampia fetta di Democrats che contesta la linea generale del governo Netanyahu da ben prima dell’esplosione del conflitto. “Nel corso della sua carriera, la vicepresidente ha avuto un impegno incrollabile per la sicurezza di Israele. Questo rimane vero oggi”, ha detto un uomo del team della vicepresidente a Barak Ravid di Axios. Harris comunque sottolineerà a Netanyahu che Israele ha tutto il diritto di difendere la propria sicurezza nazionale dagli attacchi esterni, che siano Hamas, Hezbollah o degli Houthi — secondo tradizionale veduta comune a tutta la politica statunitense. Sarà un gioco di bilanciamenti tra istinti della constituency leftist e visioni strategiche (storiche), senza dimenticare che il pick per la vicepresidenza potrebbe ricadere sull’ebreo Josh Shapiro – governatore della nevralgica Pennsylvania.

“Prevediamo che la vicepresidente trasmetterà la sua opinione”, dice la fonte di Axios, ossia che “è tempo che la guerra finisca in un modo in cui Israele sia sicuro, tutti gli ostaggi siano rilasciati, la sofferenza dei civili palestinesi a Gaza finisca e il popolo palestinese possa godere del suo diritto alla dignità, alla libertà e all’autodeterminazione”. E si evidenzia il concetto di “fine” della guerra, ma senza dimenticare che “Israele sia sicuro”; dunque un passo oltre al cessate il fuoco, pur nella tutela dello Stato ebraico. Con Harris, Netanyahu programma di discutere gli sforzi per portare avanti i negoziati, ma soprattutto vuole proprio capire quello che potrebbe succedere in futuro – se la democratica dovesse vincere la corsa per la Casa Bianca in cui ormai è proiettata, anche se ufficiosamente.

Con Biden, Netanyahu (lo incontrerà forse giovedì, se i sintomi e la contagiosità del Covid saranno sotto controllo) vuole garantirsi continuità a breve termine. Biden ha promesso di impegnarsi in questi suoi prossimi sei mesi (quattro dopo il voto e due di amministrazione transazionale) per “finire” la guerra a Gaza e riportare a casa gli ostaggi. Netanyahu porterà invece le sue istanze — nella sostanza: eliminare Hamas e i gruppi combattenti palestinesi alleati, continuando a combattere se serve — davanti al Congresso riunito in sezione congiunta mercoledì. In quell’occasione, Harris non ci sarà per un impegno precedente a Indianapolis: una tappa utile per Usa2024, le cui dinamiche pesano inevitabilmente sul percorso della crisi in Medio Oriente.

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