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La costruzione di una proposta politica capace di essere all’altezza delle sfide politiche ed istituzionali che sono state poste dall’iniziativa “a vocazione maggioritaria” di Matteo Renzi e dai risultati delle successive elezioni europee non è opera semplice né può essere realizzata in tempi brevissimi.
Occorre infatti da un lato riflettere adeguatamente sui significati complessivi di questa sfida per evitare di dar vita ad iniziative puramente emotive o tendenti ad un impossibile ritorno alle vicende complessivamente vissute come una alternativa di “centro- destra” alla “sinistra”.

Bisogna aver presente che il progetto di cui si parla deve essere in grado non solo di conquistare un adeguato risultato alle elezioni, ma anche e soprattutto di tendere ad una vera e propria nuova centralità.
Non più dunque di una semplice alternativa tra centro-destra e centro-sinistra, ma di una vera e propria alternativa di centralità.
Occorre infatti aver presente che si parla di “partito della nazione” e non di centro-sinistra in un senso vecchio e tradizionale, proprio perché non siamo più in presenza delle categorie culturali-politiche che hanno dato vita in un passato anche recente ad una “sinistra”, ad un “centro” e ad una destra altrettanto tra virgolette.

Le coordinate di fondo di un progetto che abbia l’ambizione di essere dunque alternativo al partito della nazione indicato da Renzi e al più recente risultato elettorale europeo, appaiono pertanto essere quelle che risultino capaci di tener conto del rapporto da un lato tra ragione e sentimento, e dall’altro tra territorio e comunità.
Siamo infatti in presenza di una sfida molto profonda che tende a superare le categorie culturali e politiche del ‘900: la “sinistra” – alla quale qualcuno continua a guardare e non solo nel Pd – è infatti una “sinistra” sostanzialmente marxista, anche se la storia ci ha insegnato a distinguere tra comunismo e socialismo; il “centro” – a sua volta – ha rappresentato una tentazione più che un progetto di governo; la “destra” – almeno nella storia italiana del XX secolo – ha rappresentato sostanzialmente il Fascismo nelle sue molto articolate dimensioni.

Una centralità popolare deve pertanto ricercare da un lato nelle radici cristiane un punto di equilibrio tra ragione e sentimento, e dall’altro deve tener conto molto concretamente della attuale età della globalizzazione.
Le coordinate di fondo rimangono quelle di una ricerca che parta dal tandem territorio-comunità, ben sapendo peraltro che entrambi i soggetti di questo tandem hanno subito e stanno subendo radicali trasformazioni sul territorio nazionale, su quello europeo e su quello – ancor più ampio – della globalizzazione.
Una centralità popolare non può mai infatti sentirsi compiutamente appagata se si è orientati ad una qualche visione totalitaria delle elezioni politiche.

Si può infatti guardare con particolare interesse al governo del Paese, ma occorre pur sempre aver consapevolezza del fatto che il governo non esaurisce mai l’insieme delle potenzialità che il tandem territorio-comunità comprende in riferimento sia all’Italia, sia all’Europa, sia al mondo visto nel suo insieme.
Basti a tal riguardo aver presente le straordinarie difficoltà che il tema complessivo dell’immigrazione sta affrontando.
Si tratta infatti proprio del tema di fondo che dimostra come non si riesca a tenere insieme territorio e comunità da nessun punto di vista, allorché si è in presenza di flussi di migrazione che appaiono talvolta fattori più emotivi che razionali.

Partire dunque da una adeguata riflessione proprio sulle migrazioni può rappresentare il contenuto essenziale di un progetto di centralità popolare che non si esaurisca nell’inseguimento della pretesa di una centralità basata esclusivamente sugli elettori.

Una nuova centralità popolare

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