Punti interrogativi si estendono al regolamento d’attuazione del codice degli appalti prossimo venturo, la vera novità della disciplina che l’Italia sta progettando di darsi da qui ai prossimi anni. È certo che si tornerà al passato, ma non è chiaro secondo quale modello. Due le alternative: la legge Merloni di metà anni 90′ o il cosiddetto codice de Lise che venne varato nel 2006

Guardare la luna oppure fermarsi al dito. E quindi, per entrare subito nel merito della questione appalti pubblici, limitarsi a osservare cosa sta avvenendo in Parlamento con l’esame del disegno di legge delega in materia oppure proiettarsi più avanti, alle misure successive che andranno poi effettivamente a incidere sull’evoluzione del mercato negli anni a venire. Ossia, per intendersi, al decreto legislativo con il quale Palazzo Chigi sarà chiamato ad adottare il nuovo codice degli appalti una volta che le aule parlamentari avranno portato a termine il loro compito e al relativo regolamento d’attuazione che poi quella disciplina dovrà applicarla in concreto.

Due provvedimenti fondamentali a cui già rivolgono la loro attenzione le imprese e gli esperti del settore, mentre la commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama continua a discutere in maniera non particolarmente spedita del disegno di legge delega. L’impressione, che per alcuni costituisce più che altro un timore, è che la partita fondamentale – quella per il codice vero e proprio – si stia giocando altrove: non al ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili oggi guidato da Enrico Giovannini però, che pure sul tema dovrebbe essere in prima fila com’è sempre avvenuto in passato, bensì a Palazzo Chigi.

Secondo questo schema, il governo avrebbe già iniziato a scrivere la nuova disciplina dei contratti pubblici per mano di alcuni degli uomini più vicini a Mario Draghi, tra cui spiccano sotto questo profilo il consigliere giuridico Marco D’Alberti, quello economico Francesco Giavazzi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, con il Parlamento defilato e intento a procedere, anche un po’ a rilento, sulla delega, che peraltro detterà ovviamente solo i principi generalissimi cui la materia dovrà essere ispirata. Circostanza che starebbe facendo storcere il naso pure a qualche parlamentare, certamente a quelli più esperti del settore, come abbiamo scritto in questo nostro precedente approfondimento.

I punti interrogativi si estendono inoltre al regolamento d’attuazione del codice degli appalti prossimo venturo, la vera novità della disciplina che l’Italia sta progettando di darsi da qui ai prossimi anni. Da questo punto di vista è certo che si tornerà al passato: e, quindi, addio al sistema disegnato dal codice renziano del 2016 fondato sulle linee guida dell’Anac, come d’altronde era stato deciso in tempi non sospetti, fin dal decreto Sblocca Cantieri varato dall’allora governo gialloverde in attuazione del quale è stato anche scritto, ma mai approvato, uno schema di regolamento applicativo (consultabile a questo link).

Un ritorno alle origini invocato pressoché all’unanimità da tutti gli attori del settore, anche se non è ancora chiaro quale sarà la strada che il governo imboccherà sul punto. In quest’ottica i modelli di riferimento sono sostanzialmente due: la legge Merloni di metà anni 90′, dal nome dell’allora ministro del governo Ciampi Francesco Merloni, il cui regolamento di attuazione del 1999 era dedicato ai soli lavori pubblici e il codice De Lise del 2006, dal nome dell’ex presidente del Consiglio di Stato Pasquale de Lise che ne curò la stesura, il cui regolamento del 2010, però, si applicava anche a servizi e forniture.

Ecco la domanda principale che in molti tra esperti, operatori e professionisti si stanno ponendo è la seguente: la disciplina attuativa, che poi costituisce l’elemento fondamentale per il buon funzionamento del sistema, com’è dimostrato dal fallimento del codice del 2016, riguarderà solo i lavori pubblici o sarà estesa anche a servizi e forniture? Questione evidentemente di particolare interesse per tutti quei soggetti a vario titolo coinvolti nella realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche.

E ancora, si chiedono gli addetti ai lavori, quale sarà il ruolo ricoperto dal Consiglio di Stato nel varo della nuova normativa? Perché in teoria gli è stata attribuita una funzione molto più rilevante che in passato, i cui contorni precisi rimangono però ancora piuttosto oscuri.

Domande che riecheggiano mentre il mercato degli appalti pubblici è chiamato a un enorme sforzo collettivo per essere all’altezza della sfida del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la maggior parte dei progetti del quale, è bene ricordarlo, verrà aggiudicato con le attuali regole, salvo ulteriori deroghe o sospensioni, considerato che ci vorranno ancora almeno diversi mesi perché il nuovo codice entri in vigore.

Il tutto mentre le imprese continuano a chiedere a gran voce che dalle parole si passi ai fatti, e cioè all’avvio dei lavori e all’apertura dei cantieri, come hanno scritto sul Sole 24 Ore i vicepresidenti di Ance e Acer, ossia i costruttori a livello nazionale e romano, con delega ai lavori pubblici, Edoardo Bianchi e Antonio Ciucci. Senza dimenticare l’aumento spropositato del costo dei materiali di costruzione, denunciato con forza dalle colonne di questo giornale anche da Angelica Donati, neo-presidente del gruppo giovani dell’associazione che rappresenta le aziende edili nel nostro Paese.

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