Se la riforma elettorale è sbilenca, è dubbio che presidenza o Corte costituzionale l’approvino. Alla fine, resterebbe quindi un gesto di propaganda, forse irresponsabile, vista la situazione nazionale e non. Non è chiaro a che punto siano le cose, ma forse è opportuno che Meloni ritiri la riforma e pensi a reimpostare la dialettica politica su altre basi, per lei stessa e per il Paese. Il commento di Francesco Sisci
Massimo Franco, sul Corriere della Sera, è uomo prudente, senza giudizi avventati. Proprio questo diventa tanto più importante il suo parere preciso, coperto solo da qualche condizionale. “Un sistema che, nelle sue intenzioni, renderebbe difficile qualunque rimonta delle opposizioni… Non si tratta solo di vincere alle urne ma di avere un numero di seggi tale da eleggere senza opposizione il prossimo capo dello Stato; e magari accelerare l’epilogo del secondo settennato di Sergio Mattarella”, dice Franco.
L’Italia si muoverebbe verso la trasformazione in una democratura proprio quando quella ungherese vacilla?
Scrive l’agenzia Reuters (qui): “L’opposizione di centro-destra ungherese, il partito Tisza, ha ampliato il suo vantaggio sul primo ministro Viktor Orbán e il suo Fidesz in febbraio… in vista delle elezioni dell’12 aprile in cui il veterano nazionalista cerca la rielezione. Orbán, che cerca di mantenere il suo controllo di 16 anni al potere, si trova ad affrontare per la prima volta in un voto parlamentare un avversario forte, con un esito che avrà importanti implicazioni non solo per l’Ungheria, ma anche per l’Europa e le sue forze politiche di estrema destra”. Il vantaggio di Tisza su Fidesz sarebbe di 11 punti, e si allarga, forse troppi da rimontare in un mese.
La Chiesa cattolica che ha sempre contato molto per gli equilibri italiani, o la Ue, già scettici sulla china di Orban, approvano oggi questa riforma elettorale romana? La premier Giorgia Meloni, temendo una bocciatura al referendum sulla riforma della giustizia, raddoppia la posta e gioca a “la va o la spacca”?
Ma forse una tale impostazione del gioco spacca anche la vaga coalizione del sì. Qui alcuni sono a favore della riforma della magistratura per limitare il percepito strapotere della magistratura; è difficile che approvino lo strapotere di alcuni politici.
L’America, oggi è impegnata in tanti altri fronti. C’è un attacco all’Iran che potrebbe essere impellente, i cui contorni e durate sono incerti, i rischi indefiniti. C’è un confronto con la Cina sempre più sottile e imbrogliato. È previsto un vertice a Pechino per il 30 marzo ma nelle ultime ore sale la possibilità di un suo rinvio o cancellazione. Timori di manipolazioni elettorali cinesi sono agitate da ieri per ridisegnare le regole del voto di Midterm a novembre. Il caso Epstein scuote la nazione con un gocciolio di rivelazioni al cianuro che lambiscono sempre più da vicino la presidenza. Eccetera, eccetera.
La questione italiana, cervellotica, oscura con impatti complessivi minimi, è in fondo alla lista. Peraltro, l’Italia non riesce a spendere il 5% per la difesa né riesce a far crescere la sua economia, le due richieste americane concrete al di là di ogni dichiarazione di simpatia. Difficile che l’America interverrà in un senso o in un altro sulla riforma elettorale.
Ma non così per la Chiesa, naturalmente preoccupata per le sorti dello Stato, l’Italia, in cui vive. Il presidente della Cei Matteo Zuppi si trova vendicato oggi per la sua opposizione alla riforma della giustizia. Essa pare il primo colpo d’ariete contro la struttura democratica del Paese.
Improbabile anche il silenzio dei governi di Regno Unito, Germania o Francia, insidiati da forze di ultradestra e memori che un secolo fa l’esempio italiano aprì le porte dell’inferno. Una cosa è l’Ungheria negli equilibri continentali, altro è l’Italia.
Vista così Meloni pare votata non a una scommessa ma al suicidio. Come non è giusto che lei sacrifichi le opposizioni non è giusto che lei sia sacrificata, al governo o all’opposizione che sia. La democrazia nasce proprio dal rispetto (ben più della tolleranza) delle opinioni diverse e avverse. Se la riforma elettorale è sbilenca come la giudica Franco, è dubbio che presidenza o Corte costituzionale l’approvino. Alla fine, resterebbe quindi un gesto di propaganda, forse irresponsabile, vista la situazione nazionale e non.
Non è chiaro a che punto siano le cose, ma forse è opportuno che Meloni ritiri la riforma e pensi a reimpostare la dialettica politica su altre basi, per lei stessa e per il Paese.
















