La crisi di Hormuz e la crescente centralità dello Stretto di Malacca mostrano come il potere geopolitico dipenda sempre meno dal controllo di singole rotte e sempre più dalla capacità di governare reti fisiche, digitali e informative. Sensori, satelliti, cavi sottomarini, sistemi autonomi e capacità di calcolo trasformano così la potenza marittima in Network Power, al centro della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. La riflessione del generale Prezioisa
La crisi tra Stati Uniti e Iran del 2025-2026 ha ricordato al mondo una verità che la globalizzazione aveva temporaneamente occultato: la geografia continua a contare. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota rilevante delle esportazioni energetiche mondiali, è tornato improvvisamente al centro delle preoccupazioni strategiche globali.
Ogni minaccia alla libertà di navigazione ha provocato immediate ripercussioni sui mercati energetici, sulle compagnie assicurative e sulle catene di approvvigionamento internazionali. Ma mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è concentrata sul Golfo Persico, un altro stretto, a migliaia di chilometri di distanza, sta assumendo un’importanza crescente nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina: lo Stretto di Malacca. Osservando simultaneamente Hormuz e Malacca emerge una trasformazione più profonda del potere geopolitico contemporaneo e riguarda il controllo delle reti che attraversano i mari. L’Impero britannico prima e gli Stati Uniti poi hanno costruito la propria leadership globale sulla capacità di garantire la sicurezza delle linee di comunicazione marittime. Il britannico Sir Walter Raleigh sintetizzò efficacemente il rapporto tra mare, commercio e potere affermando che “Chi possiede il mare possiede il commercio del mondo; chi possiede il commercio possiede la ricchezza; chi possiede la ricchezza del mondo possiede il mondo stesso” (Iassp, Gagliano). Per oltre un secolo questa impostazione ha funzionato. Ancora oggi circa il 90% del commercio mondiale si svolge via mare. Gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Malacca continuano a rappresentare punti di passaggio essenziali per l’economia globale. La recente crisi iraniana ha mostrato come il controllo di uno stretto non dipenda più esclusivamente dalla presenza di navi militari. Gli stretti non sono mai neutrali: sono nodi geografici nei quali si concentrano interessi economici, politici e militari. Questa trasformazione appare ancora più evidente osservando il recente accordo di cooperazione militare tra Stati Uniti e Indonesia. Formalmente si tratta di un partenariato volto a rafforzare addestramento, interoperabilità, sicurezza marittima e capacità tecnologiche. Sostanzialmente, contribuirà alla costruzione di una rete integrata di sorveglianza su uno dei più importanti choke points del pianeta. Lo Stretto di Malacca rappresenta il principale collegamento tra Oceano Indiano e Pacifico dove transita una quota significativa del commercio mondiale e circa il 30% del petrolio trasportato via mare. Per la Cina costituisce una vulnerabilità strategica ben nota. Già nei primi anni Duemila il presidente Hu Jintao parlava del cosiddetto “Malacca Dilemma”, evidenziando il rischio derivante dalla dipendenza energetica da una rotta che Pechino non controlla. Nella contemporaneità, il controllo degli stretti non coincide più soltanto con il controllo del traffico marittimo. Significa sempre più controllare i dati, le informazioni e i flussi digitali che accompagnano quel traffico. Ciò che rende particolarmente interessante il nuovo approccio statunitense è la costruzione di una rete integrata nella quale sensori subacquei, velivoli da pattugliamento marittimo, piattaforme autonome, sistemi di raccolta dati, accesso agli spazi aerei e capacità di fusione informativa costituiscono gli elementi di una nuova architettura strategica. Ciò che Robbin Laird ha descritto in ambito militare come passaggio dalla kill chain alla kill web sembra oggi estendersi alla geopolitica. La capacità di esercitare influenza non dipende più esclusivamente dal controllo di singole piattaforme o di singoli nodi geografici, ma dalla possibilità di integrare una molteplicità di reti fisiche e digitali in un unico ecosistema strategico. La tradizionale “kill chain” lineare sta lasciando il posto alla “kill web”, una struttura molto più resiliente, flessibile e adattabile. Lo stesso principio sembra oggi estendersi dalla dimensione militare a quella geopolitica. Di conseguenza, la superiorità non deriverà soltanto dalla presenza di una portaerei, ma dalla capacità di integrare satelliti, sensori, piattaforme navali, sistemi autonomi, reti digitali e intelligenza artificiale in un unico ecosistema operativo.
Il fenomeno non riguarda soltanto gli stretti marittimi ma anche i cavi sottomarini che trasportano oltre il 95% del traffico dati intercontinentale. In questo scenario il concetto stesso di choke point assume un significato nuovo in quanto Hormuz rimane un choke point energetico, Malacca un choke point commerciale, Taiwan un choke point tecnologico per i semiconduttori. I cavi sottomarini rappresentano invece choke points informativi e i data center emergono come choke points computazionali. L’intelligenza artificiale aggiunge una ulteriore dimensione, trasformando la capacità computazionale in una nuova forma di potere strategico. La competizione tra le grandi potenze si estende progressivamente a tutte queste dimensioni. La potenza marittima continua a essere fondamentale ma non più sufficiente per il controllo degli oceani, è necessario sviluppare il controllo delle reti che attraversano gli oceani. La crisi di Hormuz e l’evoluzione della situazione a Malacca mostrano con chiarezza questa trasformazione. Il potere geopolitico contemporaneo, quindi, nasce sempre meno dal possesso di singoli territori e sempre più dalla capacità di governare connessioni, flussi e infrastrutture. La sfida strategica del nostro tempo consiste precisamente nell’integrare queste due dimensioni. Per oltre un secolo la potenza è stata misurata dalla capacità di controllare il mare. Nella contemporaneità continua a essere così, ma con una differenza fondamentale: non basta più controllare le rotte. Occorre controllare le reti che le attraversano, i dati che le alimentano e la capacità computazionale che le governa. Nel passaggio dal Sea Power al Network Power si sta giocando una parte decisiva della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina.
















