Alla manifestazione “Fenix” di Gioventù Nazionale, il leader uiguro Dolkun Isa e la rappresentante tibetana Thinlay Chukki hanno denunciato le violazioni dei diritti umani e la repressione esercitata da Pechino su Uiguri e tibetani. Il racconto di Giulio Terzi di Sant’Agata
In occasione della manifestazione “Fenix”, di Gioventù Nazionale, in corso a Roma ho partecipato a un incontro in cui sono intervenuti il leader uiguro Dolkun Isa e Thinlay Chukki, Rappresentante del Dalai Lama e dell’Amministrazione Centrale Tibetana (CTA) presso il Tibet Bureau di Ginevra.
Entrambi hanno raccontato la condizione dei rispettivi popoli sotto il dominio cinese. Isa, in particolare, che abitava la regione dello Xinjiang ha descritto come si tratti di una regione “autonoma” secondo le autorità di Pechino, ma solo sulla carta. In realtà, la cultura, l’identità, la libertà di milioni di persone, come ci racconta fin dai primi anni 2000 il leader uiguro, sono sotto scacco, calpestate dal regime comunista cinese che attenta sistematicamente ai diritti fondamentali di questa popolazione.
Gli uiguri sono infatti vittime di una politica di eradicazione culturale e sociale attraverso un controllo capillare potenziato dall’avvento dell’intelligenza artificiale. Un controllo che reprime anche i tibetani, i cittadini di Hong Kong di cui ricordo i casi di Joshua Wong, giovane leader del movimento pro-democrazia Demosisto di Hong Kong, incarcerato dal novembre 2020, che si è recentemente dichiarato colpevole di “collusione con forze straniere”, rischiando di prolungare drasticamente la sua detenzione; e Jimmy Lai, ex fondatore e editore del quotidiano pro-democrazia Apple Daily, condannato a 20 anni di reclusione, dopo averne passati già 5 in detenzione preventiva con l’accusa di sedizione e collusione con forze straniere.
In Xinjiang esiste anche la grande piaga del lavoro forzato di cui la Volkswagen è stata il più negativo emblema. Nel novembre 2024, a seguito di numerose verifiche e pressioni internazionali la Volkswagen ha venduto lo stabilimento di Urumqi.
Le autorità cinesi attuano inoltre una repressione transnazionale per mettere a tacere gli uiguri che vivono all’estero. Molti di loro non riescono a contattare le loro famiglie, compresi i figli, in Cina. Dolkun ha perso i genitori, senza poterli contattare, essendo stati confinati in un “centro di rieducazione”.
Il controllo del regime si è intensificato a partire dal giugno 2017 con l’adozione della Legge sull’intelligence nazionale che stabilisce un quadro giuridico centralizzato e pervasivo per le attività di intelligence e protezione dello Stato.
Tra i punti cardine della normativa vi è l’obbligo di cooperazione (articolo 7) che impone a tutti i cittadini e le organizzazioni cinesi all’estero, e anche in Italia, di sostenere, assistere e cooperare con le attività di intelligence nazionale.
Proprio il 16 settembre, il Financial Times ha scritto come la Cina stringa il controllo sui viaggi all’estero di tutti i cinesi con una nuova legge ad ampio raggio.
Il quotidiano spiega come questa ulteriore restrizione sarà estesa “anche ai cittadini privati impiegati in settori sensibili. Per chi viola le nuove disposizioni sono previste sanzioni pecuniarie molto elevate e altre misure”.
Un provvedimento, osserva il FT, che “riporta la Cina al divieto di espatrio decennale in vigore durante l’era maoista”.
Ricordo in proposito il gravissimo caso di Zhu Hengpeng, un economista di spicco, vicedirettore dell’Istituto di Economia dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, scomparso completamente dalla scena nell’aprile 2024, poi rimosso da ogni incarico istituzionale ed accademico. Motivo: aver sollevato dubbi sull’attendibilità di un tasso di crescita del GDP del 5%, documentando che era invece attorno al 2%.
Negli ultimi dieci anni, alcuni governi hanno intrapreso varie iniziative per contrastare questi abusi. Il governo statunitense ha emanato lo Uyghur Forced Labor Prevention Act e il Resolve Tibet Act.
Inoltre, nel 2024 il Parlamento europeo ha denunciato la presenza di molti detenuti politici, richiedendo in particolare la liberazione del premio Sakharov Ilham Tohti e di Gulshan Abbas, e denunciando il lavoro forzato nello Xinjiang.
Uiguri e tibetani sono vittime anche della nuova legge per l’unità e il progresso etnico. Una norma che impone il cinese come unica lingua ufficiale, intensificando la repressione delle identità culturali, religiose e linguistiche.
In questo senso dobbiamo sottolineare l’importanza di una delle prime decisioni del governo Meloni: quella di non rinnovare il Memorandum d’Intesa con la Cina sulla Belt and Road Initiative. Un accordo che aveva determinato una evidente sottomissione dell’Italia alla Cina in termini di coordinamento delle politiche su iniziative di connettività e su scambi commerciali, infrastrutture. interoperabilità e logistica, (strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia – incluse le energie rinnovabili e il gas naturale – e telecomunicazioni).
In quattro anni, i risultati sono stati questi:
- A) Export italiano in Cina: circa 19 miliardi di euro;
- B) Import cinese in Italia: circa 47,5 miliardi di euro.
La Cina ha esportato in Italia beni per un valore pari a più del doppio rispetto a quanto l’Italia sia riuscita a vendere sul mercato di Pechino. Mentre il passivo commerciale italiano è aumentato di oltre il 48%.
Ma il danno riguarda anche altri settori, incluso quello cruciale dell’informazione. Il Memorandum ha portato infatti anche all’accordo tra l’Ansa e l’agenzia di stampa statale cinese Xinhua.
L’accordo stabiliva, in sostanza, la pubblicazione di notizie tradotte e curate in italiano direttamente dall’agenzia di stampa di Pechino, integrate nei canali informativi italiani, senza rivelarne la vera provenienza.
Ricordo poi come il governo Conte abbia, con il Memorandum, rafforzato i pattugliamenti congiunti di difesa originariamente avviati nel 2015 durante il governo Renzi.
I pattugliamenti congiunti tra polizia cinese e italiana sono stati interrotti dal governo Meloni alla fine del 2022.
Superfluo dire che si trattava di pattugliamenti nei quartieri abitati da comunità cinesi espatriate che miravano soprattutto a intimorire qualsiasi forma di dissidenza al regime, piuttosto che impedire il lavoro coatto in condizioni insalubri e inumane.
Vi è poi il caso assai grave delle “stazioni di polizia” illegali e dissimulate come fenomeni associativi e culturali cinesi in Italia ed altri Paesi occidentali per esercitare una illegale e pericolosissima sorveglianza politica, pressioni e tentativi di rimpatrio forzato (operazione “Fox Hunt”) nei confronti di qualsiasi forma di opposizione tra i cinesi all’estero.
E cosa dire delle decisioni del 2016 del Tribunale Arbitrale costituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Unclos) nel procedimento tra Filippine e Cina? Il Tribunale ha stabilito che le rivendicazioni della Cina sui diritti storici all’interno della cosiddetta “linea dei nove tratti” non hanno fondamento giuridico.
E sulla guerra di aggressione russa in Ucraina? Nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu la Cina si è astenuta. Una decisione di particolare gravità, ancor più da un membro permanente del Consiglio di Sicurezza.
Da diversi anni, Pechino ha elaborato la formula “diritti umani con caratteristiche cinesi”, con cui il Partito Comunista Cinese definisce la propria interpretazione dei diritti umani. Il focus non è l’universalità di tali diritti ma una visione sulla specificità e sulla sovranità nazionale.
Sovranità statale che viene prima dei diritti individuali. Di conseguenza, nessun governo estero o organismo internazionale può criticare le politiche interne. La Cina ha però aderito allo Statuto dell’Onu e ai suoi princìpi. Che infatti vuole sovvertire. Come dice lo slogan di Fenix, è davvero il momento del coraggio.
















