La sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm complica la politica estera americana, mentre Xi Jinping rafforza i contatti diplomatici con le capitali del Golfo. La Cina, principale acquirente di petrolio iraniano, potrebbe sfruttare l’incertezza per consolidare la propria influenza in Medio Oriente, ma la relazione asimmetrica con l’Iran presenta contraddizioni strategiche
La pesante sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm apre una fase di incertezza per la politica estera americana, proprio mentre Donald Trump cerca una via d’uscita dalla guerra contro l’Iran. A Pechino, intanto, Xi Jinping intensifica i contatti diplomatici con le principali capitali del Golfo, cercando di capire quali opportunità possano emergere dalle difficoltà politiche dell’amministrazione statunitense.
La domanda è quanto la Cina possa effettivamente sfruttare questa congiuntura per rafforzare la propria influenza in Medio Oriente, soprattutto attraverso il rapporto con Teheran. Le midterm hanno complicato i calcoli di Washington. Da gennaio, il Congresso a maggioranza democratica potrà esercitare maggiori pressioni sull’amministrazione Trump, anche sulla gestione del conflitto iraniano. Il presidente conserverà comunque ampi poteri in materia di sicurezza nazionale e dovrà decidere se accelerare i negoziati oppure rilanciare la pressione militare.
Per Pechino, questa incertezza potrebbe aprire nuovi spazi diplomatici. Negli ultimi giorni, Xi ha ricevuto il sultano dell’Oman, mentre il ministro degli Esteri Wang Yi ha incontrato rappresentanti di Arabia Saudita e Iran. Una sequenza di iniziative che precede il previsto incontro tra Trump e Xi a Shenzhen e che conferma l’interesse cinese a consolidare la propria presenza regionale.
La Cina parte da una posizione economicamente favorevole. È il principale acquirente del petrolio iraniano, mantiene profonde relazioni commerciali con le monarchie del Golfo e nel 2023 ha favorito il riavvicinamento diplomatico tra Riyadh e Teheran.
Tuttavia, il rapporto sino-iraniano presenta un’asimmetria sempre più evidente. Nel 2025, oltre l’80% delle esportazioni petrolifere marittime iraniane era destinato alla Cina, mentre il greggio iraniano rappresentava appena il 13% circa delle importazioni petrolifere cinesi via mare. Teheran dipende quindi da Pechino molto più di quanto Pechino dipenda da Teheran.
Questa relazione attribuisce alla leadership cinese una notevole capacità di pressione, ma introduce anche contraddizioni strategiche. L’Iran continua a considerare la minaccia alle rotte marittime e il sostegno ai propri partner regionali strumenti fondamentali per compensare la superiorità militare americana. La Cina, invece, ha bisogno di stabilità energetica e sicurezza commerciale.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta il punto in cui questi interessi divergenti diventano particolarmente evidenti. Le restrizioni iraniane alla navigazione hanno rafforzato temporaneamente il potere negoziale di Teheran, ma hanno anche danneggiato gli interessi economici cinesi. Le recenti esenzioni concesse alle navi di Cina, India, Iraq e Qatar mostrano quanto il controllo dello stretto sia ormai intrecciato con una complessa partita diplomatica.
Per Xi Jinping, dunque, le difficoltà di Trump potrebbero rappresentare un’occasione per rafforzare il ruolo cinese nella regione. Resta da capire quanto Pechino sia disposta a impegnarsi nella gestione di una crisi che minaccia anche i suoi interessi.
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