Le proteste e le violenze che hanno attraversato diverse città europee rivelano un disagio giovanile profondo, alimentato da solitudine, sfiducia e fragilità relazionali. La riflessione di Liuva Capezzani, psicologa psicoterapeuta, docente Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, responsabile I.Psi.trauma.Med. – Osservatorio PsicoIntelligence, delegata al Coordinamento delle Commissioni di Studio e Sezioni regionali Socint
Il 17 ottobre, mentre il centro di Milano diventava un campo di battaglia, a Roma si discuteva di come il disagio relazionale di una popolazione diventi una questione di sicurezza. Le piazze europee e il Brasile ne hanno dato conferma.
Quel giorno, nella Sala di Europa Experience-David Sassoli, su iniziativa dell’on. Salvatore De Meo, si teneva il convegno “Minacce sanitarie e sicurezza nazionale nei conflitti ibridi cognitivi. Dimensioni relazionali della resilienza psicologica-cognitiva in prospettiva One Health esteso e intelligence”, organizzato dal Centro Alti Studi (CeAS), Istituto di Psicoterapia Psicotraumatologia e Medicine integrate (I.PSI.trauma.MED) e da Istituto Universitario IPU-Università Pontificia Salesiana con il patrocinio dell’International Conflict society (ICS).
La tesi discussa: mente e legami sociali sono il primo dominio dei conflitti ibridi, e una popolazione sola e sfiduciata è vulnerabile. Discuterne in sede europea è stato tanto pertinente quanto profetico.
A Milano, dei 271 ragazzi portati in questura la domenica, 220 erano minorenni, molti sotto i 15 anni, senza affiliazioni politiche né regia. Convocati da un account Instagram nato il 4 ottobre e da appelli su TikTok, il sabato hanno protestato contro il carovita, la domenica hanno saccheggiato sull’onda dei video virali. Usciti dalla questura, quattro denunciati hanno detto: “Grazie alla violenza siamo stati ascoltati”.
Uno scenario europeo
Lo stesso giorno in Francia 550 mila persone sono scese in piazza contro il carovita, con circa 1.800 fermi e saccheggi; insieme studenti e gilet gialli. Scontri anche a Tirana, Bruxelles e Liegi. Cause locali diverse, substrato comune: carovita, scuola impoverita, sfiducia, futuro bloccato. Identica la grammatica: convocazioni social, giovanissimi, violenza filmata. Il sondaggista Jérôme Fourquet nota che i giovani vengono trattati come oggetti, non come soggetti politici da ascoltare. Non si tratta di ordine pubblico locale ma di resilienza europea.
La violenza come linguaggio
Quella frase “siamo stati ascoltati e visti” è un dato. La violenza è stata comunicazione: filmata, montata, rilanciata. La piazza digitale ha organizzato quella fisica e poi l’ha riproiettata perché fosse vista. L’ambiente fisico era fino a quel momento solo una pagina bianca, la violenza l’avrebbe incisa di inchiostro per una storia che la stessa piazza digitale rileggerà e rivedrà sotto più lenti di ingrandimento e diffusione, consentendo a molti dei manifestanti di essere “identificati” “visti”. Un ragazzo che si sente invisibile scopre che una vetrina rotta ottiene in un’ora ciò che anni di disagio silenzioso non hanno ottenuto. È l’acting out della psicoterapia: ciò che non si riesce a dire, si agisce. Un punto ritengo importante sottolineare: fermarsi alla condanna conferma il messaggio per cui si viene ascoltati solo distruggendo.
Il terreno: solitudine, non ascolto, disagio
Secondo il CNR-IRPPS (Scientific Reports, 2025) circa il 10% degli adolescenti italiani vive un ritiro sociale estremo e oltre metà degli studenti riferisce ansia e tristezza prolungate. Sette ore al giorno sui social, empatia in calo, chatbot che per l’Unicef simulano amicizia senza la rottura e riparazione su cui si fonda un legame.
Dall’esperimento still face di Tronick, mostrato ad Europa Experience-David Sassoli, sappiamo che il bambino privato di sintonizzazione perde la capacità di regolarsi; Delgado, Fareri e Chang (Neuron, 2023) mostrano che la relazione sicura riduce carico allostatico e reattività alla minaccia, liberando le risorse prefrontali del ragionamento. Senza quella base relazionale sicura, fondata su sintonizzazione responsiva, la mente resta difensiva. È la sicurezza psicologica, primo livello di un paradigma che propongo per contrasto alle minacce ibride-cognitive e digitali: quando manca, falliscono gli scopi piscobiologici evolutivi della relazione e si produce una neurovulnerabilità di popolazione, più facile da agganciare.
Chi raccoglie il disagio
Il secondo livello è la sicurezza cognitiva che discende da quella relazionale primaria. Per la letteratura sulla guerra cognitiva, dal rapporto NATO STO 2025 a Schmidle e Giordano (Small Wars Journal), il bersaglio è la mente, il metodo sfruttare vulnerabilità esistenti, l’obiettivo erodere la fiducia. L’amministratore della pagina “Movimento 17 ottobre”, arrestato e poi rilasciato, è stato descritto come un profilo compatibile con la guerra ibrida, ma senza alcuna prova. Il punto però è che i ragazzi soli cercano appartenenza, e l’affiliazione senza pensiero autonomo che matura su base relazionale sicura o sintonizzata, genera polarizzazione.
La lezione delle nove dita
Nell’ultimo dibattito brasiliano, Flávio Bolsonaro ha deriso Lula per le «nove dita», alludendo al mignolo perso in fabbrica da giovane. Lula ha ricondotto la ferita al lavoro e lo slogan «Siamo tutti 9 dita» ha invaso piazze e social; il 25 ottobre è stato rieletto con circa il 51,8%. Il caso unisce salute (un infortunio sul lavoro diventa simbolo), comunicazione (chi controlla il significato controlla la relazione) e digitale (la stessa mano era stata manipolata, tra una foto ritoccata smentita da Lula e un video con dieci dita all’esame del tribunale elettorale del Ceará). Il disagio diventa debolezza quando altri ne decidono il senso: i ragazzi di piazza Duomo ne hanno lasciato il significato a chi li filmava, condannava o reclutava.
Curare la causa, non solo il sintomo
Decreti, militari e carceri minorili agiscono a valle; anche debunking e contronarrative intervengono sul secondo livello quando il primo è già compromesso. Il digitale va visto anche come ambiente integrativo: per l’OMS i legami esistono online come faccia a faccia, e va abitato con adulti affidabili e servizi di ascolto. Serve un terzo livello, in ottica di One Health esteso, che coincide con la sicurezza psicologica-cognitiva, da cui discende l’enattività, ovvero conoscenza collettiva per interazione dinamica e incarnata tra soggetti e ambiente, e quindi la tenuta della coesione sociale. Si tratta di un livello che matura dai precedenti attraverso la circolarità della prevenzione:
1. primaria relazionale: famiglie, scuole, educatori affidabili, né spaventanti né spaventati;
2. secondaria cognitiva: comunicazione del rischio dialogica, come chiede l’OMS, ascolto sociale e pre-bunking;
3. terziaria psicologica-cognitiva: la PsicoIntelligence che fornisce anche una lettura continua di narrazioni ed emozioni nelle fasce fragili e che può confrontarsi con i tavoli della Difesa, Sanità e territori, per accorgersi dei ragazzi prima che spacchino una vetrina.
Per Franco Gabrielli la coesione sociale è il presupposto della sicurezza. Da Milano a Parigi i ragazzi ci dicono che si sta sgretolando: la risposta deve essere europea, e cominciare dall’ascolto.
















